Jp Morgan am, la Bce è ben lungi dal gettare la spugna

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L’intervento di Mario Draghi della settimana scorsa era chiaramente mirato a ricordare agli operatori che…

Avatar di Redazione1 agosto 2012 | 09:18

AREA EURO,  PRONTI A FARE TUTTO IL POSSIBILE -  Le ultime settimane sono state dense di eventi per i paesi e i mercati europei. A quanto pare, osservano gli esperti di JP Morgan asset management nel loro weekly strategy report, il movimento al rialzo iniziato ai primi di  giugno ha subito una brusca interruzione e i rendimenti dei titoli di stato spagnoli sono risaliti toccando il nuovo record del 7,62% (l’aumento di quelli italiani è stato più contenuto) mentre i listini azionari hanno registrato sostanziali perdite, specialmente in Europa.

LE CAUSE DEL DETERIORAMENTO DELLA FIDUCIA – Nonostante i dubbi già espressi in passato in questa sede sulla sostenibilità di tali rialzi, continuano gli analisti del colosso americano, “anche a posteriori non è chiaro cosa abbia determinato un deterioramento così improvviso del clima di fiducia. Nel lungo elenco dei possibili motivi figurano il salvataggio di alcune regioni della Spagna e l’annuncio di nuove misure di austerità, che non faranno che prolungare la recessione in cui versa il paese. Si sono inoltre riaffacciati i timori di un’uscita della Grecia dall’euro, aggravati dal tono sempre più aggressivo dei commenti dei politici tedeschi dopo il vertice Ue di fine giugno. Naturalmente tutte queste tensioni vanno ad aggiungersi a un quadro già di per sé altamente preoccupante”.

EUROZONA NELLA MORSA DELLA RECESSIONE – “L’Eurozona continua a dibattersi nella morsa di una grave recessione che non accenna a migliorare, come hanno confermato gli ultimi rilevamenti dell’indagine tra i responsabili degli acquisti. Il settore manifatturiero tedesco ha accusato un sensibile deterioramento e sembra essere entrato in territorio recessionistico a giudicare dal numero di preoccupanti annunci emessi dalle società manifatturiere del paese. Un fattore meno ovvio, da noi in passato menzionato solo di passaggio, sono le verifiche in corso sullo stato di salute delle banche spagnole, che potrebbero aver ostacolato o precluso del tutto le attività di acquisto di titoli di Stato nazionali”.

ALLARME SUI BOND SPAGNOLI -  “Ma l’aspetto più preoccupante è la probabilità che – se la recessione in corso nei paesi periferici dovesse rendere inevitabile il ricorso a nuovi salvataggi – il rating sulle obbligazioni governative spagnole, e forse anche italiane, possa scendere sotto il livello investment grade: uno sviluppo che rischia di innescare una nuova ondata di vendite forzate da parte dei gestori di portafoglio. I nostri colleghi delsettore obbligazionario hanno stimato che se il rating dei bond di Italia e Spagna venisse abbassato a livello “junk” le vendite potrebbero interessare circa 155 miliardi di euro di titoli di Stato spagnoli e 670 miliardi di euro di titoli di Stato italiani al momento in mano a investitori esteri, e questo anche prima di sapere come verrebbero finanziate le operazioni di salvataggio. A prescindere dal motivo specifico delle ansie dei mercati, gli investitori hanno ricevuto un brusco shock che ha ricordato loro quanto sia pericoloso ignorare le banche centrali”.

MARIO DRAGHI GETTA ACQUA SUL FUOCO – “L’intervento di Mario Draghi della settimana scorsa era chiaramente mirato a ricordare agli operatori che la Banca centrale europea (Bce) è ancora ben lungi dal gettare la spugna. I mercati hanno registrato un’immediata inversione che ha portato i rendimenti dei Bonos a scendere di oltre 85 punti base (pb) e quelli dei Btp di 63 pb. Inoltre, dopo il discorso di Draghi, l’Eurostoxx ha registrato un rialzo di quasi il 7%.  A parte le allusioni piuttosto dirette all’acquisto di titoli di Stato, ciò che più ci ha colpito nelle parole di Draghi sono state due cose: innanzitutto, il chiaro tentativo di anticipare eventuali obiezioni da parte delle economie centrali dell’area Euro con la dichiarazione che gli elevati rendimenti dei paesi periferici costituiscono un ostacolo al regolare funzionamento della politica monetaria e, in secondo luogo, il commento che la Bce farà ‘tutto il necessario per salvare l’euro’ e che tali misure ‘saranno sufficienti’. Questo ci ha fatto riflettere sulla vera natura del problema. Chiaramente esiste una forte determinazione da parte delle autorità politiche a preservare l’unione monetaria. Tuttavia, vi sono anche chiari limiti sui metodi che i paesi core sono disposti ad accettare. In definitiva, però, quale credibilità possono avere tali obiezioni quando si tratta della sopravvivenza stessa dell’euro?”

IL RISCHIO ORA E’ CHE LA BCE DELUDA I MERCATI – “A prescindere da questi problemi, riteniamo che per la settimana appena iniziata il rischio maggiore sarà in realtà una possibile delusione da parte della Bce. Visto il vigore con cui i mercati hanno reagito ai commenti di Draghi ora sarebbe praticamente impossibile per la Bce non annunciare qualche tipo di nuovo intervento, tuttavia non siamo ancora arrivati al punto in cui si rende necessario valicare i limiti fissati dalle economie forti di Eurolandia, quindi per il momento il peggior pericolo è che le misure monetarie prese non siano all’altezza delle aspettative dei mercati”.

INVESTITORI ANCORA NERVOSI
– Le borse avevano perso terreno nelle settimane precedenti alle dichiarazioni del governatore Draghi. Il nervosismo degli investitori resta alto e il clima di fiducia estremamente fragile, eufemisticamente parlando. Tuttavia l’aspetto paradossale della situazione, come ha giustamente sottolineato un analista sell-side, è che l’S&P 500 non registrava un andamento così positivo dal 2000. I timori non sono cambiati rispetto a prima dell’intervento del numero uno della Bce. Sia la crescita statunitense che quella europea sono esposte a minacce, e permangono forti dubbi sull’efficacia della politica monetaria e fiscale correnti. L’espansione della massa monetaria in senso ampio delle maggiori economie mondiali ha segnato un’inversione di tendenza o evidenza tassi di espansione non coerenti con una crescita economica robusta”.

UNICA NOTA POSITIVA DALLA CINA – “L’unica notizia positiva nel desolante panorama attuale è che la crescita della massa monetaria e del credito in Cina potrebbe aver raggiunto il punto di svolta. Tuttavia, per sostenere un rialzo dei mercati sarà necessaria un’accelerazione più consistente. Inoltre, come avevamo già sottolineato nelle edizioni precedenti, la redditività aziendale continua a risentire di impatti negativi, e difatti varie società di alto profilo hanno diffuso risultati inferiori alle attese. È da notare come le imprese sembrino accusare in misura crescente il contraccolpo dei dati macroeconomici negativi: secondo le previsioni diffuse da Ups l’espansione dei ricavi delle attività statunitensi dovrebbe infatti scendere all’1% soltanto nel secondo semestre.

RIDOTTO IL LIVELLO DI RISCHIO DEI PORTAFOGLI
– È per i motivi sopra illustrati che la settimana scorsa abbiamo deciso di ridurre il livello di rischio dei portafogli dopo il rimbalzo di giugno e portato a neutrale il rapporto tra esposizione azionaria e obbligazionaria, tagliando la sovraesposizione all’Europa continentale. Tali modifiche sono state dettate in parte dal divieto di vendite allo scoperto introdotto dalla Spagna (su tutte le azioni iberiche per un periodo di tre mesi) e dall’Italia (solo sui titoli finanziari e per un mese soltanto): misure comprensibili dal punto di vista politico ma che acuiscono l’incertezza tra gli investitori, contribuendo così a sedimentarne il comportamento difensivo. La situazione potrebbe infatti determinare conseguenze assai spiacevoli nel caso in cui gli investitori decidessero di mettersi a vendere future sul Dax quale ‘proxy’ per la periferia europea. Prima delle dichiarazioni di Draghi le azioni delle banche europee avevano toccato i minimi degli ultimi 25 anni e gli investitori sembravano ancora una volta aver perso ogni speranza sull’Europa. Il rapporto tra esposizione azionaria e obbligazionaria dei nostri portafogli è ora in territorio neutrale. Nel segmento del reddito fisso continuiamo a preferire le obbligazioni societarie (che sovrapesiamo nei segmenti high yield e investment grade statunitensi), mentre siamo sottoesposti ai titoli di Stato dei mercati emergenti. Nei mercati del titoli di Stato sottopesiamo il Giappone e sovrapesiamo l’Australia. A livello geografico, i nostri mercati azionari preferiti sono quelli di Stati Uniti, Giappone e Hong Kong. Siamo sottoesposti ai Mercati Emergenti e del Regno Unito, Canada e Australia”.


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