Jp Morgan AM, occhio ai moltiplicatori fiscali

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di Redazione 14 Gennaio 2013 | 14:10
Nel corso del 2012, osservano gli analisti di Jp Morgan Asset Management, il sistema fiscale statunitense ha subito un’evoluzione in senso progressivo…

“La certezza di ciò che ciascuno deve pagare è, nella tassazione, una questione così importante che a quanto pare neppure un alto grado di ineguaglianza …. è tanto grave quanto un piccolissimo grado di incertezza.” Adam Smith, La ricchezza delle nazioni.

NORME FISCALI SENZA DATA DI SCADENZA – Anticipando di quasi due secoli i problemi alla radice del “fiscal cliff”, Adam Smith sosteneva che a profonde controversie sulla distribuzione (e ridistribuzione) del reddito si associa in genere un alto livello di incertezza per il contribuente medio, con le conseguenze negative per la crescita che questo comporta. Nel corso del 2012, osservano gli analisti di Jp Morgan Asset Management,  il sistema fiscale statunitense ha subito un’evoluzione in senso progressivo, che ha però comportato un lungo periodo di incertezza. Secondo alcuni indici, il sistema impositivo americano oggi è progressivo quanto ai tempi dell’amministrazione Carter, oltre trent’anni fa. Agli investitori resta il compito di valutare le ricadute di lungo termine di tale incertezza, nonché le probabilità di durata dell’accordo che le parti finiranno per raggiungere.

GLI SGRAVI DELL’ERA BUSH –
Numerosi analisti politici prevedevano che gli sgravi fiscali dell’era Bush sarebbero durati solo un anno o due, ma l’American Taxpayer Relief Act del 2012 ha fissato tali misure nel lungo periodo, prorogandole a tempo indefinito per gran parte delle famiglie e introducendo aliquote d’imposta più alte per i contribuenti più facoltosi (con un reddito superiore a 450.000 dollari). Inoltre l’Alternative Minimum Tax, che in passato era fissa o veniva adeguata al tasso d’inflazione solo di anno in anno, d’ora in poi sarà indicizzata all’inflazione e quindi aumenterà automaticamente. La vistosa assenza di date di scadenza per le nuove norme è in controtendenza rispetto alla precedente “incertezza strutturale” della politica fiscale inaugurata dal presidente Bush con gli sgravi introdotti nel 2001. Da allora in poi, il numero di misure fiscali a breve termine ha continuato ad aumentare, come mostra il nostro grafico della settimana.

IL PRECIPIZIO FISCALE
– Il “precipizio fiscale” non è che una delle conseguenze più evidenti del tentativo del Congresso di rinnovare anno per anno un crescente numero di misure fiscali, onde evitare di attirare l’attenzione generale sulle relative conseguenze per la sostenibilità del debito statunitense. Ora, invece, per la prima volta da quasi un decennio, nei prossimi anni gli Stati Uniti non dovranno fare i conti con la scadenza di un largo numero di misure fiscali. Vista la natura inaspettatamente permanente di molti aspetti dell’accordo raggiunto, è di conseguenza diminuito il valore reale dell’opzione delle aziende di restare in attesa degli sviluppi della situazione prima di attuare nuovi investimenti, cosa che nel medio termine dovrebbe spronare la crescita.  Anche se a fine febbraio le scadenze del rinnovo del tetto del debito e i tagli legati al Sequestration Act produrranno qualche ansietà, oggi i rischi sono decisamente meno elevati rispetto a dicembre. Persino nel peggiore dei casi, cioè se il governo dovesse per qualche giorno subire una paralisi totale, le conseguenze si limiterebbero alla riallocazione della crescita dal primo al secondo trimestre, senza impatti per il trend sottostante.

L’ATTENUAZIONE DEI MOLTIPLICATORI FISCALI –
  Ultimamente negli ambienti politici si è parlato molto della natura dei moltiplicatori fiscali e se questi dovrebbero essere collegati alle condizioni dell’economia, cioè se debbano variare di segno e portata in presenza di una crescita robusta rispetto a una situazione di espansione economica bassa o negativa. Tuttavia, le evidenze empiriche affidabili in materia sono scarse. In un recente studio dell’Università di Berkeley, intitolato “Fiscal Multipliers in Recession and Expansion”, Alan Auerbach e Yurij Gorodnichenko sostengono che il calo della spesa pubblica (cioè una politica di consolidamento fiscale) frena la crescita del Pil reale (e quindi dell’occupazione) nelle economie deboli dove la crescita è inferiore alla media tendenziale, mentre la fa accelerare nelle economie più forti caratterizzate da un’espansione dell’attività superiore al tasso storico. Lo studio si basa sui dati di un gruppo di economie sviluppate a partire dal 1960 a oggi e il risultato appare affidabile ad esclusione degli anni di crescita zero in Giappone e in altre economie.

L’APPROCCIO DEL FMI –
Sulla falsariga, anche il capo economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard nel 2012 ha radicalmente modificato l’approccio in base a cui nei periodi di crisi i paesi dovrebbero adottare politiche di consolidamento fiscale. Nel World Economic Outlook pubblicato a febbraio dall’Fmi, Blanchard sostiene infatti che, anche a causa della debole crescita mondiale, dal 2008 in poi i moltiplicatori fiscali sono stati maggiori di quanto comunemente si ritenga, in particolare nelle economie della periferia europea. Le stesse conclusioni vengono raggiunte anche da un’altra pubblicazione accademica, “Modelling Inflation After the Crisis” di James Stock e Mark Watson, i quali rilevano che le misure di contrasto all’inflazione introdotte dai governi possono rivelarsi meno efficaci a seconda delle condizioni dell’economia. Nel complesso queste analisi segnalano che se nel 2013 gli stimoli fiscali aumentassero a livello globale – a seguito dell’allentamento delle politiche di consolidamento fiscale in Europa e dell’introduzione di programmi di sostegno alla crescita in Giappone, Cina e altre economie emergenti – gli effetti positivi del moltiplicatore fiscale sulla crescita mondiale potrebbero rivelarsi maggiori di quelli oggi previsti dalle stime di consenso, o scontati dai prezzi di mercato.

PROSPETTIVE PER L’ECONOMIA STATUNITENSE NEL 2013 – Il primo trimestre dell’anno potrebbe rivelarsi una mezza delusione per la crescita americana, in quanto la spesa discrezionale verrà frenata dall’aumento del prelievo fiscale sulla busta paga e dalla lentezza delle imprese nell’avviare i programmi di investimento dopo la fine delle incertezze legate al “fiscal cliff”. Tuttavia, ci aspettiamo un’accelerazione di consumi e investimenti nel corso dell’anno, sostenuta dal rafforzamento del settore immobiliare, dal buono stato di salute di fondo del mercato del lavoro e dalla ripresa del ciclo manifatturiero globale. Poiché i dati sull’economia reale statunitense continuano a superare le attese (in particolare le ultime rilevazioni sulle importazioni di novembre, la cui vitalità lascia pensare che nel quarto trimestre gli investimenti in attrezzature e software siano stati superiori alle previsioni) prevediamo che le aspettative inieranno ad adeguarsi al momentum della crescita. Pur anticipando un’espansione del Pil reale del 2,5% circa per il 2013, riteniamo però che gran parte dell’accelerazione dovrebbe concentrarsi nella seconda metà dell’anno. Confermiamo quindi la previsione, rimasta sostanzialmente immutata dal terzo trimestre in poi, che la crescita globale continuerà a languire nel primo semestre del nuovo anno. Inoltre, anche se il rischio di una recessione è ormai remoto, non ci attendiamo una ripresa particolarmente robusta.

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