I bond islamici alla conquista dei mercati

A
A
A
di Biagio Campo 22 Ottobre 2013 | 08:00
Sono ancora numerosi gli ostacoli per una completa affermazione dei sukuk sui mercati internazionali. Le banche islamiche inoltre sono soggette al rischio di liquidità in modo più severo rispetto agli intermediari occidentali.

I bond islamici alla conquista dei mercati, opportunità, rischi e sfide dei sukuk”, scritto da Federica Miglietta, ricercatrice di Economia degli Intermediari Finanziari presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, edito da Egea, aiuta a capire il funzionamento e le caratteristiche dei certificati conformi al Corano, così come il risk management negli intermediari islamici e la gestione della liquidità tramite i sukuk. 

Perché il mercato dei certificati islamici (che al momento costituisce solo il 2% degli investimenti mondiali su titoli obbligazionari) si possa sviluppare ulteriormente, è fondamentale riuscire a rendere trasparente la metodologia con la quale si assegnano i rating agli stessi sukuk e i benchmark di mercato cui si riferiscono, in modo da poterne apprezzare appieno il livello di rendimento e di rischio. “Un pieno apprezzamento del rendimento dei certificati islamici è reso complesso da una serie di circostanze, derivanti dalla particolarità di strutturazione, dai diritti incorporati nei titoli, dalla mancanza di investimenti comparabili e a causa della scarsa liquidità”.

Le emissioni globali di sukuk hanno subito, dopo un picco di emissioni raggiunto nel 2007, un rallentamento in risposta alla crisi finanziaria. “Le motivazioni sono da ricercarsi principalmente in relazione al fenomeno del fly-to-quality. A riprova di questa situazione, le ricerche testimoniano una prevalenza, nel periodo di crisi e post-crisi, delle emissioni sovrane (con migliore rating) a scapito di quelle societarie. La tendenza è evidente sia che si considerino le emissioni in valuta domestica che quelle in valute internazionali”.
Una seconda motivazione alla base del rallentamento delle emissioni di sukuk risiede nei default sperimentati negli ultimi anni che hanno creato, da un lato, un danno reputazionale all’intero mercato e, dall’altro, hanno fatto emergere i latenti problemi legali sottostanti all’enforcement dei diritti dei possessori di certificati nelle varie legislazioni interessate dai default.

Il totale dei sukuk emessi dal 2001 al 2010 ammonta a circa 198 miliardi di dollari. Nel 2011 fonti di stampa riportano emissioni pari ad 84 miliardi di dollari mentre sino al luglio 2012 le emissioni ammontano a 100 miliardi di dollari, segnalando una nuova ondata di grandi emissioni”.

La Malesia copre il 67% del mercato denominato in valuta locale ed oltre il 50% del mercato globale. Il paese rappresenta, ad oggi, il più fiorente ed importante mercato dei sukuk, sia in termini di volumi scambiati che di emissioni. 

“Il mercato malese domestico raggiunge i 68 miliardi di dollari e la sua importanza risalta immediatamente se confrontiamo questa cifra con il mercato domestico dei paesi GCC, pari a 16 miliardi di euro e caratterizzato da frequenti ma piccole emissioni. Se escludiamo la Malesia e i paesi del GCC, altri mercati domestici di riferimento per i sukuk si trovano in Asia e sono Singapore, il Pakistan e l’Indonesia”.
Differentemente dalla Malesia, i paesi del GCC sono più attivi sul mercato internazionale che su quello domestico. Le emissioni domestiche, tuttavia, si caratterizzano per valori unitari piuttosto elevati, nell’ordine di miliardi di dollari, e sono soprattutto emissioni attuate da parte di grandi corporates”.

Per motivi di costo opportunità le banche islamiche tendono a voler ridurre al minimo le riserve liquide che detengono nel loro bilancio, contando sul rapido approvvigionamento ottenibile sul mercato interbancario e sulle linee di credito messe a disposizione dalle Banche Centrali.
Tali canali di approvvigionamento, tuttavia, non sono utilizzabili con facilità nel caso delle banche islamiche perché non esiste, di fatto, un mercato interbancario della liquidità né le banche centrali agiscono, generalmente, come prestatrici di ultima istanza.
 

Gli istituti islamici, dunque, sono soggetti al rischio di liquidità in modo più severo rispetto alle banche convenzionale in quanto non possono contare su un mercato interbancario domestico efficiente. 
“Qualora volessero rivolgersi al mercato interbancario internazionale non potrebbero farlo, poiché i normali strumenti di mercato interbancario sono fondati sul tasso di interesse, inoltre detengono all’interno del loro bilancio asset illiquidi che è difficile smobilizzare prontamente e buona parte del passivo è costituita da depositi a vista o depositi a risparmio a breve termine e pertanto solo una parte dell’attivo può essere investita in strumenti di lungo termine dall’appetibile profilo finanziario, una caratteristiche che porta le banche islamiche a detenere scorte di contante ben superiori a quelle effettivamente necessarie e questo crea, naturalmente, una inefficienza allocativa ed un sensibile mismatch”.

Vuoi ricevere le notizie di Bluerating direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!

Condividi questo articolo

NEWSLETTER
Iscriviti
X