Robo-advisor, se non riesci a batterli unisciti a loro

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di Daniel Settembre 22 Maggio 2015 | 12:36
Secondo una ricerca promossa da ProfessioneFinanza e PwC c’è ancora poca conoscenza del fenomeno robo-advisor. Eppure la novità promette di rivoluzionare il settore.

COSA SONO I ROBO-ADVISOR? – Il 29% degli intervistati non ha mai sentito la parola Robo-advisor e solo il 3,8% si ritiene molto informato sul tema. È quanto emerso dalla indagine condotta su 1000 promotori finanziari e promossa da ProfessioneFinanza e PwC e presentata in occasione dell’ITForum di Rimini, che ha come obiettivo quello di comprendere come la tecnologia possa influire sulle modalità di offerta del servizio di consulenza finanziaria e, soprattutto, se i Robo-advisor siano percepiti in antitesi allo Human Advisor. O, viceversa, se possano essere considerati come un supporto ad un’attività comunque basata fortemente sulla relazione fra consulente e cliente.

LA CONSULENZA UMANA – I robo-advisor sono società prevalentemente nate negli Stati Uniti che, grazie ad un’offerta fortemente digitale e tramite algoritmi creano il portafoglio adatto al cliente. Il tutto a costi notevolmente ridotti rispetto alla consulenza “classica”. Insomma, minaccia o opportunità per il mondo del risparmio gestito? “È un fenomeno che nel mercato statunitense ha un carattere molto avanzato e circa l’80% di queste innovazioni si trovano oltreoceano, mentre il restante 20% è diviso tra Uk e Europa”, spiega Fabrizio Arusa Sales Associate di Source Italy intervenuto al convegno “La Robo Advisor a supporto della Human Advisor: quali soluzioni inserire nei portafogli modello” che si è tenuto all’ITForum di Rimini. È una tecnologia nata negli Usa, efficiente anche a livello di costi e commissioni. Nonostante questo la maggior parte dei patrimoni in possesso di una fascia di età adulta, over 40, preferisce ancora i canali tradizionali della consulenza. È soprattutto nella gestione dell’emotività del cliente che il professionista in carne e ossa risce a offrire un servizio migliore rispetto a un semplice algoritmo di analisi”.

GLI ALTRI RISULTATI – “Dall’indagine”, ha illustrato Jonathan Figoli a.d. di ProfessioneFinanza, “emerge, inoltre, che il 96% dei consulenti coinvolti ritiene che meno di 1 su 10 dei propri clienti utilizzi già una piattaforma di Robo-advisory. Il 72% del campione pensa che la capacità di creare un rapporto di fiducia stabile e duraturo sia la più importante caratteristica relazionale del consulente. Il 63% del campione pensa che un Robo-Advisor non possa performare meglio di un consulente in termini di rendimento. E ancora, 4 consulenti su 10 ritengono che gli Advisor robotici possano sottrarre solo marginalmente quote di clientela. Ben il 70,8% considera l’Advisor robotico come un possibile supporto, mentre il 29,2% lo considera poco, parzialmente o per niente utile”.

LA SFIDA DEI COSTI – Se i Robo-advisor quindi rappresenterebbero, più che una minaccia, uno strumento utile per il lavoro di analisi dei fondi d’investimento e di monitoraggio del portafoglio, è anche vero che molte delle società nate negli Usa offrono, insieme al consulenza online, anche supporto “umano” per la clientela diventando dei veri e propri competitor sul mercato. Il vero terreno di scontro – superato il dibattito fine a sé stesso dei Robo-advisor Vs. Human advisor – sembra quindi essere quello dei costi di commissione. I portafogli sono costruiti utilizzando principalmente etf a basso costo. E le basse “fees” e il modello di business ad alta trasparenza – i costi dei servizi di investimento automatizzati generalmente oscillano tra zero e lo 0,5% – potrebbero mettere in seria difficoltà tutto il sistema delle fees dei normali gestori patrimoniali.

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