Quella illusione chiamata Signoraggio

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Marco Muffato di Marco Muffato 18 Settembre 2015 | 06:08

Un tema da “Teoria del complotto” cavalcato da avvocati e associazioni dei consumatori senza scrupoli che periodicamente invitavano i cittadini a fare causa per ricevere la propria “parte di guadagno” del reddito da Signoraggio. Ma una sentenza della Cassazione ha spento ogni aspettativa di rimborso

DOMANDA – Una mia cliente mi ha chiesto come è andata a finire una storia di alcuni anni fa, coi cittadini che reclamavano il rimborso del reddito da signoraggio. Confesso che sono cascato dalle nuvole, comunque informandomi ho compreso che tutto si è risolto in una bolla di sapone. E’ proprio così?
F.M., Roma

RISPOSTA – Il lettore ha compreso bene. Il reddito da “Signoraggio” è la differenza tra il valore nominale e il costo di produzione della moneta. Un argomento che ha nel tempo scatenato vere e proprie tempeste mediatiche generate da personaggi in cerca di notorietà che hanno cavalcato una “teoria del complotto” in base alla quale i cittadini sarebbero derubati dai “padroni del vapore” individuati nelle banche centrali e nel sistema bancario in generale. Vediamo di fare un po’ di ordine sul tema. Nel 2005, il giudice di pace di Lecce nella sentenza 2978/05 riconobbe il diritto di un cittadino a ricevere dalla Banca d’Italia la propria “parte di guadagno” del reddito da signoraggio, pari a ottantasette euro. Immediatamente dopo, svariati avvocati e associazioni di consumatori in cerca di parcelle e tessere associative invitarono a intentare causa, a loro modo sicura visto il precedente. La Banca d’Italia si vide arrivare migliaia di richieste di pagamento e fu costretta ad emanare un comunicato nel quale annunciava di aver presentato ricorso in Cassazione avverso la sentenza di Lecce e ricordava come ci fossero state varie sentenze di tenore contrario, anche in sede di Appello, secondo molte delle quali i singoli componenti delle collettività nazionali non hanno il potere di agire in giudizio per contestare le pubbliche potestà di emissione della moneta e di gestione del valore monetario. In alcuni casi gli attori in giudizio erano stati condannati anche al risarcimento del danno per lite temeraria. Tra gli osservatori più seri che sconsigliavano di fare causa c’era anche chi faceva notare come lo Stato avrebbe comunque potuto avocare a sé le somme dovute, rendendo di fatto inutili le vertenze. La Cassazione arrivò con la sentenza 16751 del 2006 sancendo il principio secondo il quale un giudice non può pronunciarsi su questioni riguardanti la sovranità monetaria. Il cittadino fu anche condannato a rimborsare le spese di controparte ed a pagare le spese processuali per un importo di 1250 euro oltre le spese generali e gli accessori di legge.

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