Vegagest, così alle Poste vendevano i fondi immobiliari

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di Andrea Telara 4 Aprile 2018 | 09:27
L’Aduc ricostruisce le vicende di collocamento dei prodotti che risalgono al 2004, quando il gruppo Poste Italiane era guidato da un altro management. Ma i danni nelle tasche dei risparmiatori si vedono ora

Fondi immobiliari sottoscritti al posto dei vecchi e rassicuranti Buoni Fruttiferi. Nel 2004 accadeva questo negli sportelli di Poste Italiane, almeno secondo quanto sostiene nel suo sito web l’associazione dei consumatori Aduc. Come ha raccontato Bluerating nelle scorse settimane, sulla base delle segnalazioni giunte alla stessa Aduc (si veda qui la notizia), il fondo Vegagest Europa Immobiliare 1 collocato 14 anni fa dal gruppo Poste Italiane non ha rimborsato le sue quote come invece previsto dai documenti contabili pubblicati il 1° marzo. Si tratta dell’ennesimo episodio di risparmio tradito che avviene in Italia su cui il Gruppo Poste Italiane, contattato da Bluerating.com la scorsa settimana, si è riservato di fare gli opportuni accertamenti con l’intenzione di tutelare poi i clienti. Intanto, però, l’Aduc ha raccolto le storie di chi 14 anni fa era stato convinto a investire nel fondo Vegagest Europa Immobiliare 1 e in altri prodotti simili che hanno fatto danni ai risparmiatori.

Ecco, di seguito, una testimonianza raccolta dall’Aduc, a cui segue uno stralcio di un editoriale di Giuseppe D’Orta, che all’interno dell’associazione si occupa di temi del risparmio e che sta seguendo la vicenda Vegagest.

Mia suocera è andata in posta per rinnovare dei buoni postali e il direttore dell’ufficio (non promotore finanziario) le ha fatto sottoscrivere tutti i suoi risparmi (55.000 euro) in un fondo immobiliare chiuso Vegagest Europa Immobiliare 1 con scadenza vincolata nel 2015 garantendo un rendimento fittizio del 7%!
Ora capisco il fatto che le Poste Italiane spingano i loro dipendenti a promuovere strumenti finanziari, ma se non altro dovrebbero prima consegnare il prospetto informativo e dopo circa 24 ore fare sottoscrivere l’adesione, e/o quantomeno valutare le caratteristiche del sottoscrittore quali eta’ (70), posizione sociale (pensionata,) prospettive future (operata di tumore).


“Il fondo”, poi scaduto tre anni dopo la data originaria per via del periodo di grazia”, scrive D’Orta nel suo editoriale sul sito dell’Aduc, “aveva un obiettivo di rendimento, non certo garantito come veniva spacciato dai dipendenti postali, del 7% annuo e perfino composto (vale a dire capitalizzando anno per anno gli interessi allo stesso tasso).
Ebbene, se davvero il fondo avesse reso il 7% annuo composto, una quota da 2.500 euro sarebbe arrivata a valere dopo dieci anni ben 4.917,88 euro (in realtà un po’ meno, perché nel tempo ci sarebbero stati rimborsi di capitale).

La realtà, come evidenziavamo la scorsa settimana, è stata molto diversa col fondo che ha chiuso dopo tredici anni non solo senza aver reso alcunché ma con un rendimento negativo di circa il 27% senza tenere conto delle ritenute.

Le Poste si apprestavano a metterci un pezza, come hanno fatto lo scorso anno per il Fondo Invest Real Security. Un esborso che ora potrebbe aumentare di ben 46milioni 400mila euro. Una cifra non da poco, e a proposito ricordiamo che il Gruppo Poste Italiane è quotato in borsa e ha dei precisi obblighi informativi nei confronti dei propri azionisti e del mercato intero.

La Consob e la Banca d’Italia, cui abbiamo segnalato i fatti sin dal giorno successivo il mancato pagamento, devono richiedere informazioni e la contestuale comunicazione al mercato.

Vegagest e Poste Italiane devono esprimersi immediatamente!”, conclude l’editoriale dell’Aduc.

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