Effetto robo sulle fee degli advisor

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Luca Spoldi di Luca Spoldi 19 Aprile 2018 | 10:20
Cercare di competere agendo sulle commissioni sul patrimonio pare del resto una strada senza uscita

Anche negli Usa, l’abitudine a valutare il valore di un portafoglio in base a una percentuale della dimensione del patrimonio legata a una retribuzione a percentuale del financial advisor da parte della mandante o direttamente dall’investitore (nel caso di consulenti fee only) è molto radicata, ma le cose stanno cambiando sotto l’assalto di fondi indicizzati e robo advisor che gestiscono patrimoni mediamente al costo di 570 dollari l’anno per milione di patrimonio. Una spinta che si sta ripercuotendo anche sulla valutazione dei portafogli dei singoli advisor.

Il problema non è tanto che i financial advisor americani costino troppo (in media addebitano l’1% per il primo milione di dollari di patrimonio sotto consulenza e percentuali declinanti per cifre superiori), quanto che sono necessarie strutture tariffarie in grado di meglio abbinare il valore del servizio fornito al costo dello stesso. Quello che conta alla fine non è la dimensione di un portafoglio, ma il lavoro svolto per pianificare la vita finanziaria dei clienti e ottimizzare le loro tasse. Così stanno prendendo piede retribuzioni basate su un ammontare fisso annuo legato alla complessità del lavoro svolto o su tariffe orarie.

Cercare di competere agendo sulle commissioni sul patrimonio pare del resto una strada senza uscita: già ora Vanguard offre un servizio di consulenza ibrido robot-umano facendo pagare lo 0,3% per i primi 5 milioni di patrimonio, mentre Charles Schwab fa pagare lo 0,28% per la sua consulenza telefonica basata su algoritmi computerizzati.

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