Banche vs clienti, vizi e virtù dell’ABF

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Decisioni celeri e costi esigui: questi i punti di forza, ma la funzione arbitrale rischia di diventare un semplice passaggio burocratico

di Redazione9 agosto 2018 | 09:14

A nove anni da quando ha iniziato a operare, l’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) è ormai diventato un riferimento centrale nel dirimere le controversie tra clienti, banche e altri intermediari in materia di operazioni e servizi bancari e finanziari. Polo decisionale alternativo alla giustizia ordinaria, l’ente arbitrale è emanazione della Banca d’Italia (di concerto con il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio) che ne garantisce l’imparzialità e la forte specializzazione.

Assenza di poteri coercitivi

Questi caratteri, uniti alla celerità decisionale e alla facilità di accesso (in termini di costi e di mancanza di forme particolari), hanno determinato una crescita talmente rapida dell’ABF che esso è ben presto passato dalle tre iniziali, alle sette sedi attuali – i collegi di Bari, Bologna, Milano, Napoli, Palermo, Roma e Torino – ricevendo decine di migliaia di ricorsi ogni anno da parte di altrettanti clienti a vario titolo scontenti per le condizioni loro applicate e per il trattamento ricevuto. Di questi ricorsi circa 3 su 4 trovano effettivo accoglimento da parte di ABF e vedono quindi la banca-intermediario adeguarsi spontaneamente nella stragrande maggioranza dei casi, attraverso il riconoscimento a vario titolo di poste economiche attive in favore del cliente-ricorrente. Pur essendo ABF privo di poteri coercitivi, esso dispone infatti di uno strumento ad alta deterrenza che consiste nella facoltà di pubblicare su apposita sezione del proprio sito web il nominativo delle imprese rimaste inadempienti alle sue decisioni (pubblicazione estensibile anche a due quotidiani ad alta diffusione nazionale).

Sanzione reputazionale

Una sorta di sanzione reputazionale, cui il mercato attribuisce una certa rilevanza e che in effetti sembra garantire un generalizzato rispetto delle decisioni da parte di banche e intermediari. Un sistema ingegnoso dunque premiato da un indubbio successo di numeri. Ma viene da chiedersi a tanta quantità corrisponde altrettanta qualità nelle decisioni emanate? Qualche dubbio è lecito. Dubbio che, sia ben chiaro, non riguarda l’ente in sé e tanto meno la rilevante funzione che esso è chiamato ad assolvere: in una materia, quella bancaria che ha visto succedersi numerosi interventi legislativi e regolamentari nel giro di pochi anni, la giurisdizione ordinaria stentava (e stenta) a dare quelle risposte univo che e celeri di cui il tessuto socioeconomico italiano necessita con impellenza.

Criticità emergenti

E ciò a maggior ragione durante il lungo periodo di crisi che esso ha attraversato e che ha visto impennarsi i numeri delle dispute bancarie davanti al giudice ordinario. In questo contesto l’istituzione ABF è stata salutata con ampio e generalizzato favore non solo perché essa prometteva di deflazionare la giustizia ordinaria ma anche e soprattutto perché essa era (ed è) destinata a creare nel tempo autorevoli filoni interpretativi sulle principali tematiche controverse, utili a condizionare poi la prassi del settore, con evidenti effetti virtuosi in termini di chiarificazione e uniformità. Se queste prospettive risultano senz’altro positive, i dubbi riguardano piuttosto i tempi e modi con cui vengono assunte le decisioni e i loro impatti sugli stock di rapporti pregressi in essere tra istituti e clienti. L’aspetto di maggiore criticità consiste nel contrasto tra la natura para-giurisdizionale delle decisioni ABF e la mancanza delle garanzie di base che da essa dovrebbero derivare: le decisioni ABF non sono impugnabili e nemmeno correggibili in caso di errori materiali (se non entro limiti assai ristretti), così che esse rimangono scolpite nella pietra così come vengono emesse, con effetti potenzialmente perniciosi per l’impresa soccombente chiamata a darvi immediato adempimento, pena la pubblicazione del suo nominativo nella pagina nera del sito web di ABF. Per quanto efficace questo deterrente porta tuttavia con sé quella che alcuni ritengono essere una doppia asimmetria: da un lato, la pubblicazione è infatti anch’essa irreversibile e inappellabile e dall’altro a rischiarla è la sola impresa: il cliente che si veda respinto il ricorso non incorre in alcuna conseguenza pregiudizievole e anzi, in caso di sua morosità, ha comunque guadagnato tempo.

Sentenze non omogenee

Se a ciò si aggiunge che talvolta i diversi collegi territoriali dirimono in termini tra loro difformi controversie dello stesso tipo, ne emerge un quadro non sempre omogeneo, nonostante gli interventi di armonizzazione che il collegio di coordinamento viene spesso chiamato a effettuare. banche e altri intermediari si trovano in questo modo non di rado alle prese con decisioni discordanti su contratti identici, contratti peraltro stipulati anni prima, quando difettavano indicazioni interpretative di sorta. Per altro verso gli stessi caratteri statutari di rapidità ed efficienza di ABF rischiano paradossalmente di essere messi in discussione proprio dal successo numerico cui si è fatto cenno. Il gran numero dei ricorsi ed il carattere massivo di molti di essi, determinano spesso un rallentamento dei tempi di decisione e un impoverimento della cura e dell’attenzione al caso specifico da parte dei collegi territoriali che ne vengono investiti. u Troppi ricorsi identici Il deposito in massa di ricorsi identici contro il medesimo istituto intermediario non di rado suscita da parte di esso il deposito in massa di controdeduzioni identiche, ponendo i collegi ABF nella condizione di doversi a propria volta esprimere attraverso pronunce redatte in modo seriale, con evidente sacrificio della qualità nelle decisioni a esclusivo beneficio della loro quantità. Ed è chiaro che se la maggior parte dei procedimenti si riducesse a uno scambio di copia-incolla seriale, l’Arbitro Bancario Finanziario tradirebbe aspettative e funzioni istitutive, traducendosi da opportunità a passaggio burocratico povero di significato.

Articolo a cura di Matteo Massimo D’Argenio


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