Consulenti, che peso le fee di performance

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Secondo l’osservatorio di Moneyfarm ormai rappresentano il 60% degli utili delle società

Chiara Merico di Chiara Merico11 gennaio 2019 | 10:29

Quanto pesano le commissioni di performance nei bilanci delle principali realtà della distribuzione e produzione di fondi? Nel 2017, rivela l’Osservatorio sulle commissioni di performance a cura del centro studi di Moneyfarm, fino a un quinto dei ricavi da commissioni dei primi cinque gruppi finanziari italiani attivi nella produzione e distribuzione di fondi (Azimut, Banca Mediolanum, Banca Generali, Ubi Banca, Intesa Sanpaolo) è derivato da queste commissioni, che sono arrivate a pesare mediamente il 60% rispetto agli utili della maggior parte di queste società. Nel 2017 il peso relativo alle commissioni di performance sul totale delle commissioni attive a livello aggregato è aumentato rispetto al 2016, con un’incidenza superiore al 15% per quanto riguarda Azimut, Banca Mediolanum e Banca Generali. Inoltre, secondo lo studio, più di un terzo della somma investita complessivamente in fondi (pari a circa mille miliardi di euro) è investito in fondi italiani domiciliati all’estero (principalmente in Lussemburgo e Irlanda): questo perché la normativa italiana risulta più stringente rispetto a quella estera, che tende così a favorire commissioni di performance più elevate. A tutto svantaggio del risparmiatore.

Azzardo morale
Le commissioni di performance, nota lo studio, “rappresentano una voce di costo variabile e complessa, rendono problematica la valutazione ex ante della struttura commissionale di uno strumento d’investimento, e inoltre possono disallineare l’interesse dell’investitore da quello del gestore, incentivando dinamiche di azzardo morale. La Banca d’Italia, conoscendo queste criticità, ha posto dei limiti molto stringenti alle commissioni di performance con l’obiettivo di ridurre le applicazioni improprie”.

Limiti aggirati
Questi limiti, sottolinea Moneyfarm, “vengono però spesso aggirati attraverso la pratica di domiciliare i fondi in Paesi esteri, dove le regolamentazioni, almeno fino a oggi, sono state più lasche. Tra le pieghe di questa disarmonia legislativa abbiamo dunque visto le commissioni di performance assumere sempre maggiore importanza nel modello commissionale dei maggiori operatori finanziari italiani. Infatti, dei circa mille miliardi di euro investiti complessivamente in fondi, oltre 300 sono investiti in fondi di diritto estero, gestiti però da società italiane. La Consob nel 2015 era già intervenuta e di recente anche la Banca centrale irlandese ha denunciato la diffusione di pratiche di applicazione distorta per i fondi domiciliati sull’isola (che resta uno dei principali approdi dei fondi domiciliati in Italia)”.

Negativo per i rendimenti
Secondo la ricerca di Moneyfarm, “nel 2017 il peso relativo alle commissioni di performance sul totale delle commissioni attive è aumentato a livello aggregato rispetto al 2016. Il dato conferma l’importanza di questo tipo di commissioni nel modello di alcuni dei principali asset manager italiani, anche se queste vanno a impattare direttamente e negativamente sul risultato finale del cliente”. Infatti, “maggiori commissioni (sia per ammontare che per frequenza) corrispondono a maggiori prelievi sull’investimento e quindi a minori rendimenti netti. Secondo Banca d’Italia il prelievo complessivo annuale su un fondo comune bilanciato sarebbe stato di quasi il 2,4% negli ultimi 3 anni di rilevazione e di oltre il 2,5% nel caso di fondi flessibili. Valori percentuali tutt’altro che irrilevanti sia in termini assoluti, che in relazione al livello attuale dei tassi di interesse”.

Con Mifid 2 si cambia
Un cambiamento però potrebbe arrivare con il 2019. “A partire dal primo trimestre – nota Moneyfarm – diventeranno effettive le disposizioni della normativa Mifid 2, che impongono agli intermediari maggiore trasparenza e chiarezza nella comunicazione dei costi. In particolare la normativa stabilisce che le commissioni per i servizi di consulenza e di gestione siano ammissibili solo qualora siano a) legate a una remunerazione oggettiva del servizio (commissioni corrisposte dal cliente), b) volte ad accrescere la qualità del servizio fornito al cliente, c) evidenziate ex-ante, d) rendicontate dall’intermediario in qualità di beneficiario/erogatore dell’incentivo. La Mifid 2 impone inoltre che i costi debbano essere comunicati in modo esplicito e dettagliati in tutte le varie voci (costi del servizio, costi associati al prodotto, commissioni di retrocessione), sia in termini percentuali sia in termini monetari. La trasparenza della comunicazione deve riguardare tutte le fasi del rapporto e comprendere l’invio almeno trimestrale di comunicazioni”.


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