La consulenza sa commuovere…me lo dice un bonsai

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Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti 28 Febbraio 2019 | 16:28

Questo articolo non è sulla consulenza. La consulenza è solo lo spunto per parlare d’altro. Eppure questo tema, spesso ruvido e spigoloso, può essere capace di regalare un’emozione dolce, che va dritta al cuore. Come quella che ho vissuto.

Ore 18: Milano, Citylife. Una coperta di cielo terso color cobalto, con il blu in agguato. Grattacieli come enormi samurai che proteggono la piazza. Due sono vivi, luci e ombre su di loro, il terzo sta nascendo. Entro nella torre Hadid, ribattezzata Generali, e un ascensore mi proietta con delicata fermezza verso un’ascesi: destinazione quarantesimo piano, conferenza “17 buoni motivi per scegliere i nostri investimenti sostenibili” di Banca Generali.

Si parla di consulenza e di sostenibilità (qui l’articolo). La banca decide di mettere in prima linea investimenti che tengano conto della sensibilità sulle tematiche Esg; i 17 obiettivi di sviluppo della carta SDGs delle Nazioni Unite si fondono con la piattaforma digitale della società, consentendo a clienti e banker di integrare le valutazioni e I‘impatto di questi fattori nelle decisioni di portafoglio. Se leggete queste ultime righe potrebbe sembrarvi il frutto di un comunicato come tanti, eppur qualcosa si muove. In quel giorno, in quel momento.

Inizio a pensare a una semplice verità: sono nella sede di una banca, un luogo storicamente associato agli “affari”, a numeri da capogiro. E sento parlare di temi come l’uguaglianza, il consumo responsabile, la pace, la giustizia, l’uguaglianza di genere. Speranza, ecco il termine. E’ lei.

Non prendiamoci in giro, solo qualche anno fa tutto questo non sarebbe capitato, lo sappiamo bene. La sostenibilità ha iniziato a fare capolino nell’agenda pubblica dei grandi intermediari finanziari a partire dalla grande crisi che ha sconvolto il mondo nel 2007. Immagino il commento di un lettore: è tutta immagine, ora per gli operatori del mercato raccontarsi sostenibili è fondamentale per vendere. Ma se anche così fosse, non è forse comunque un bene? Non è forse un segnale di un desiderio collettivo di maggiore giustizia e civiltà?

E’ proprio questo il punto. Molto spesso si è pronti ad archiviare un moto positivo, per il solo fatto che non sia totalizzante. Si vede il passato come un aut aut, una lettera scarlatta che condiziona il futuro. Perché? Perché non capiamo che il bene può anche avere una cornice imperfetta o magari che il bene è diventato tale dopo un processo di evoluzione? Lo umiliamo, lo rinneghiamo, in attesa che si presenti nelle vesti di assoluto inattaccabile, nel tempo e nell’aspetto. Giudichiamo perché abbiamo paura dell’imprevedibilità degli imperfetti. Perché non abbandonarci al coraggio di lasciare gli assoluti e le utopie alle favole? E perché non apprezzare il fatto che ciò che ci circonda oggi, può essere capace di essere qualcosa di meglio rispetto a ieri?

Io, quella sera, ho visto della bellezza e intendo celebrarla. Non sarà perfetta, ma è già abbastanza perché non meriti di essere ignorata. Come quella di un bonsai, un omaggio ai presenti al termine dell’incontro. Una piccola piantina che mi è capitata tra le mani e che nella sua infinita delicatezza mi ha commosso. Un bonsai, regalato da una banca. Me ne prenderò cura con tutto me stesso. Anche se dovesse capitare che qualche ramo si spezzi, di trovare qualche foglia meno verde delle altre. Saprò comunque meravigliarmi della bellezza, di quanto questa sia capace di manifestarsi con infinita potenza nelle piccole cose. La perfezione non le somiglia. A piccoli passi, attraverso movimenti imperfetti, raggiunge le vette di un sentimento che non ci apparterrà mai del tutto. Lungo un sentiero straordinario che assomiglia all’intramontabile mistero della nostra esistenza.

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