Consulenza finanziaria e trasparenza costi: noi si chiacchera, ma altrove…

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Avatar di Redazione 1 Marzo 2019 | 09:39

Il tema della trasparenza dei costi della consulenza post Mifid 2 è ancora in primo piano. Lo scorso 28 febbraio l’Authority inglese FCA ha pubblicato i risultati di un’indagine condotta presso 50 imprese di investimento inglesi con il fine di verificare lo stato di avanzamento nell’applicazione delle regole di trasparenza dei costi e oneri.

Interessante notare, direbbe il maligno, come questo approccio “volitivo” su queste tematiche da parte dell’autorità anglosassone, si distanzi invece dall’attuale scenario italiano, dove a tener banco è un possibile nuovo tavolo di confronto tra associazioni e Esma per fugare i dubbi sulla composizione dei nuovi rendiconti da inviare alla clientela…

Lasciando a voi, come sempre, le opportune riflessione, noi abbiamo colto la palla al balzo per chiedere un parere autorevole su questo documento. Il nostro interlocutore è stato Massimo Scolari, presidente di Ascofind, da sempre attento osservatore del settore.

La FCA pubblica i risultati di un’indagine sull’applicazione delle regole di trasparenza dei costi e oneri. Ha trovato interessante il documento?

Senz’altro un ottimo lavoro che fa riflettere su molti punti. In primo luogo FCA ha rilevato una buona conoscenza delle regole di trasparenza presso gli operatori che svolgono servizi alla clientela retail. In secondo luogo evidenzia che dopo le iniziali difficoltà incontrate nel corso del primo semestre 2018, il livello di impegno e di conformità agli obblighi di trasparenza è migliorato nella seconda parte dell’anno scorso.

Emergono dal documento della FCA indicazioni utili anche per il nostro mercato?

Direi proprio di sì. Infatti emerge in modo chiaro la difficoltà incontrata dagli operatori nel fornire le informazioni sui costi dei prodotti di terze parti. Lo scambio di comunicazione tra gli operatori è ancora da migliorare. Inoltre si evidenziano alcune difficoltà relative alla mancanza di informazioni sui costi dei prodotti che ancora non pubblicano il KID in linea con il regolamento Priips, con la conseguenza che, in alcuni casi, il costo totale dei prodotti comunicato al cliente non risulta corretto.

A parte le difficoltà organizzative rilevate, possiamo apprendere qualcosa di positivo dall’esperienza inglese?

Le Authority inglesi, come di consueto, rilevano le criticità osservate sul mercato, ma non mancano di offrire spunti interessanti quando mettono in evidenza gli esempi di “good practice”. Ad esempio le iniziative condotte dalle imprese di investimento per formare adeguatamente il proprio personale in materia di trasparenza dei costi. Oppure la scelta volontaria fatta da alcuni operatori di sottoporre agli standard di trasparenza anche i prodotti non-Mifid. Insomma i colleghi inglesi sembrano aver molto sul serio la trasparenza sui costi.

Per quanto riguarda il nostro mercato possiamo attenderci iniziative simili da parte delle nostre Autorità di Vigilanza?

Sarebbe senz’altro auspicabile. Gli operatori traggono senz’altro un vantaggio dalle comunicazioni pubbliche con cui le Authority mettono in evidenza lo stato dell’arte e indicano le aree di miglioramento. Ogni operatore in questo modo riesce a verificare la sua posizione relativa rispetto al benchmark di mercato, evita errori che possono essere stati commessi da altri operatori e comprende meglio la scala di priorità degli interventi da realizzare. Il dialogo pubblico e trasparente tra Authority e operatori di mercato è una delle chiavi di successo nell’implementazione di nuove normative.

 

 

 

 

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