Consultinvest: timori a stelle e strisce

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Avatar di Redazione22 marzo 2019 | 14:27

A cura di Gabriele Montalbetti – Ufficio Studi Consultinvest SGR.

Il primo trimestre 2019 si conferma economicamente debole su tutta la linea, proseguendo la decelerazione vista nel quarto trimestre 2018. Il picco di crescita del 2017 è ormai alle spalle.

L’economia globale, che è cresciuta al +3.7% nel 2018 (+3.8% nel 2017), sembra destinata a scendere a +3.4% nel 2019, ovvero su ritmi vicini a quelli del 2016 (+3.3%), con un dato aggregato dei Paesi del G8 che passerebbe dal +2.1% dello scorso anno al +1.8% del 2019. Il tasso di crescita dei paesi BRICS passerebbe invece da +5.7% a +5.5%.

Alla luce dei dati più recenti, principalmente relativi alle aspettative, si ha però ha la percezione che la flessione sia entrata in una fase di stabilizzazione, avendo incorporato le cattive notizie cicliche. Nelle prossime settimane, almeno in termini di PMI, è quindi possibile che non ci siano ulteriori peggioramenti.

Resta il dubbio se a fine 2019 o ad inizio 2020 sia possibile vedere una recessione negli USA, le cui probabilità di realizzazione al momento sono ancora contenute, pur vedendo un rallentamento tipico di una fase matura di una lunga espansione.

A fronte di questa decelerazione l’inflazione rimane globalmente contenuta e ciò da ulteriori margini di manovra alle politiche monetarie per cercare di sostenere l’espansione economica e sostenere i mercati finanziari. La Fed, come confermato ieri, ha cambiato completamente il proprio atteggiamento di fine 2018 e si è posizionata in modalità fortemente legata all’andamento dell’economia e con ampi gradi di flessibilità. Le decisioni saranno quindi guidate dall’andamento delle variabili economiche, senza che ci sia un percorso precostituito da seguire. Anche la BCE ha intrapreso una strada simile a quella della FED, sia pure in modo meno reattivo e incisivo. Sul fronte delle politiche fiscali invece non possiamo aspettarci molto da entrambi i lati dell’Atlantico. Quindi le politiche monetarie rimangono ancora una volta l’unico salvagente ciclico, ma non crediamo che questa volta abbiamo la forza sufficiente per rilanciare la crescita.

Restano poi le due grandi questioni irrisolte della Brexit e della guerra commerciale tra USA e Cina, su cui è molto difficile fare qualunque ipotesi, visti i continui cambiamenti di atteggiamento delle controparti.

Dobbiamo quindi guardare ai prossimi mesi come ad un periodo di rallentamento economico e di difficoltà nel rilancio della crescita globale, con un ciclo economico ormai molto lungo e maturo, dove i tassi di espansione si ridurranno ancora e si cominceranno a vedere difficoltà per le imprese a realizzare utili in crescita, specialmente dopo un 2018 molto positivo su questo fronte. In particolare negli USA, anche se la valutazione del mercato è su livelli medi degli ultimi 5 anni, la possibilità di avere delusioni sui risultati aziendali è maggiore di quella di avere sorprese positive, e quindi il potenziale di salita del mercato sembra limitato.

Considerando il rimbalzo di inizio anno, sembra opportuno utilizzare le fasi di forza per realizzare dei profitti e per ridurre gradualmente l’esposizione all’azionario. In questa fase, sulla rimanente esposizione azionaria, appare preferibile utilizzare strategie di gestione concentrate su un numero limitato di titoli e con forte attenzione alla selezione delle aziende, piuttosto che un approccio a benchmark. Dopo parecchi mesi di forte correlazione tra i titoli si è infatti cominciata a vedere una certa dispersione tra gli andamenti delle aziende quotate. Se il mercato USA dovesse entrare una fase di debolezza, ci sarebbero ripercussioni anche sugli altri mercati azionari sviluppati (Europa e Giappone) che, pur avendo valutazioni più contenute, non hanno economie particolarmente dinamiche.

Sugli emergenti il discorso può essere leggermente diverso e un po’ più costruttivo. Visto che la liquidità internazionale rimarrà stabile e che questi mercati, complice la discesa del 2018, mantengono ampie sacche di sottovalutazione, in presenza di tassi di crescita economica ancora accettabili, si può ipotizzare un andamento relativamente più favorevole rispetto agli sviluppati nel lungo termine. Inoltre il peso maggiore della Cina negli indici più diffusi è un tema di lungo periodo che porterà a pesare sempre di più questo paese nei portafogli degli investitori, dove attualmente ha normalmente un peso molto inferiore rispetto alla sua importanza nella economia globale.

I tassi d’interesse probabilmente rimarranno fermi e i livelli di liquidità globale sostanzialmente cospicui, favorendo il ritorno alla ricerca di rendimento soprattutto sui mercati obbligazionari a spread, che lo scorso anno hanno maggiormente sofferto, offrendo un potenziale porto d’approdo per la liquidità in uscita dall’azionario. In particolare il debito dei paesi emergenti sembra il maggiore beneficiario dello stop al rialzo dei tassi negli Stati Uniti.


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