Diamanti, ecco come li vendevano in banca

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Marcello Astorri di Marcello Astorri 8 Aprile 2019 | 15:42
Bluerating.com racconta la storia di un risparmiatore che ha acquistato le pietre preziose a prezzi gonfiati nel 2015. E oggi attende ancora di riavere i soldi indietro.

Gli era stato prospettato un rendimento del 4-5% annuo, un vero affare in questo periodo di tassi bassi. Per questo Roberto, usiamo un nome di fantasia, aveva ritenuto di investire i suoi 10 mila euro nei diamanti, fidandosi della banca di cui era cliente da sempre: “Mi era stato prospettato come un investimento più redditizio e sicuro rispetto agli altri”, spiega a Bluerating.com Roberto, 50 anni, uno dei tanti risparmiatori rimasti vittima dello scandalo dei diamanti, su cui è in corso anche un’inchiesta della Procura di Milano con molti indagati e sequestri preventivi all’indirizzo di banche quotate come Bpm, Unicredit, Mps e Intesa Sanpaolo, oltre a due società: la Intermarket Diamond Business e la Diamond Private Investment. Nel 2015 aveva investito 10 mila euro che gli sarebbero serviti a pagare l’università dei figli. “Era un investimento con un orizzonte temporale di circa 7 anni, c’erano delle commissioni di uscita che decrescevano con il passare del tempo e, alla fine del settimo anno, andavano a zero. Il rendimento prospettato era tra il 4 e il 5 per cento all’anno”. A proporglielo era stato il suo consulente di fiducia, della banca con la quale era da sempre: una filiale di Cerea (VR) del Banco Popolare di Verona (oggi confluito, dopo varie fusioni, dentro il gruppo Banco Bpm). “So che il mio consulente non ha colpe”, spiega, “mi ha proposto l’investimento in buona fede”. Ma dopo quanto è successo il rapporto di fiducia con la banca è compromesso: “Andando alle assemblee insieme agli altri clienti, mi sono accorto che io, 50enne, ero praticamente il più giovane. Questo lascia capire la tipologia di cliente che è stata colpita, per lo più persone ingenue che si fidavano della banca e poi si sono sentite tradite”.

Eppure, per Roberto e gli altri risparmiatori, tutto sembra filare liscio, almeno fino all’ottobre del 2016, quando esce un servizio di Report, la famosa trasmissione di Rai 3 all’epoca condotta da Milena Gabanelli. Si parla della vendita dei diamanti nelle filiali bancarie di alcuni importanti istituti, tra cui il Banco. Questi fanno da intermediari a due società private: la Intermarket Diamond Business spa (IDB) e la Diamond Private Investment spa (DPI), le quali vendono le pietre preziose secondo un listino prezzi che risulta essere di molto superiore rispetto ai valori reali di mercato. Insomma,  secondo il servizio di Report, i prezzi dei diamanti sono stati gonfiati. Roberto s’insospettisce, va in filiale e riceve rassicurazioni. “Ma quando non sono più stati in grado di riferirmi l’andamento del mio investimento ho avuto la certezza che c’erano dei problemi”.

Roberto allora si decide a chiedere la restituzione del denaro: “Il direttore della filiale mi ha fatto una proposta per chiudere la questione”, spiega, “mi è stato offerta una cifra del 15% che poteva salire fino al 18% dell’intero investimento, in cambio avrei dovuto restituire la pietra. Ovviamente non ho accettato”. Non volendo passare attraverso un avvocato, opzione che si sarebbe rivelata più costosa, Roberto decide allora di rivolgersi all’Adiconsum, l’Associazione dei consumatori affiliata alla Cisl. “Loro si sono occupati di tutte pratiche per la richiesta di restituzione della pietra a Idb”, il fatto è che la società è stata dichiarata fallita a marzo: per cui, ora, Roberto si trova senza ristoro né la sua pietra, che al momento è sotto il possesso della curatela fallimentare di Idb . “Il mio diamante l’ho visto soltanto la prima volta in banca, quando sono andato a firmare. Nel contratto d’investimento era infatti previsto che Idb svolgesse servizio di custodia gratuito, se qualcuno non voleva tenere a casa la pietra”.

“Nel giro di qualche mese”, spiega Carlo Piarulli, segretario Adiconsum della Regione Lombardia, “Intesa, Unicredit e Mps hanno contattato i loro clienti che avevano acquistato diamanti e chiesto loro, in cambio del ritiro delle pietre, se volevano essere rimborsati totalmente dell’investimento”. Cosa che non ha potuto fare Bpm: “All’epoca stavano facendo la fusione tra Popolare di Milano e Banco Popolare di Verona. Inoltre, agli inizi ci fu una sottovalutazione del fenomeno”. A oggi, solo per Bpm, ci sono stati 13.300 reclami, per una richiesta danni da 430 milioni di euro. L’Adiconsum ha incontrato l’amministratore delegato di Bpm, Giuseppe Castagna, dal quale è nato un tavolo per rifondere gli investitori: “Loro non erano in condizione di ritirare tutte le pietre”, tuttavia era stato raggiunto un accordo per “rifondere una cifra pari al 30% del valore”. Però poi è arrivato l’intoppo: “due mesi fa è fallita Idb e ciò ha allungato i tempi per recuperare le pietre” inoltre, con la notizia delle indagini della Procura di Milano, “molti investitori distratti si sono fatti vivi, intasando gli sportelli della banca”. Questo ha portato i tempi ad allungarsi, nonostante la task force costituita internamente a Bpm per gestire le domande di risarcimento. “Per questo abbiamo deciso di manifestare il nostro dissenso”, ha detto Piarulli, “avevamo chiesto un incontro con Castagna prima dell’assemblea degli azionisti del 6 aprile, ma ci sarà solo dopo”. E l’Adiconsum è stata di parola: a margine dell’assemblea degli azionisti di sabato, infatti, c’è stato un picchetto di protesta. Oggi, 8 aprile, ci sarà un incontro con l’amministratore delegato Giuseppe Castagna. In assemblea il presidente dell’istituto, Carlo Fratta Pasini, aveva detto che a fine marzo erano state chiuse oltre 3 mila transazioni con i risparmiatori coinvolti: tutti ristori parziali, con la pietra che resta al cliente. Mentre l’amministratore delegato, Giuseppe Castagna, ha detto di voler puntare al 100% del ristoro, tra risarcimenti e valore reale delle pietre in mano ai clienti.

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