Quando la consulenza è una questione morale

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La qualità consulenziale e l’orientamento all’utente, anche se del tutto conformi al quadro regolamentare, possono variare significativamente in funzione dell’ideologia morale del professionista. Tuttavia il suo comportamento non dipende solo dalle sue credenze (micro- livello individuale) ma anche dal tipo di cultura dell’integrità dell’azienda per la quale opera (meso-livello organizzativo) nonché dalla percezione prevalente del complesso dei valori e delle pratiche che connotano il settore (macro- livello).

La tesi, ampiamente dimostrata in letteratura, viene ben rappresentata in uno studio (Three Levels of Ethical Influences on Selling Behavior and Performance, 2017). In conseguenza, ogni specifico comportamento professionale ha degli antecedenti e delle responsabilità di ciascuno dei tre livelli. Il legislatore dovrebbe realizzare politiche che richiedano a tutti i soggetti interessati di occuparsi della dimensione culturale del clima etico. Le autorità di controllo dovrebbero misurare, monitorare e porre in atto interventi che possano favorire lo sviluppo di una cultura dell’integrità condivisa, in stretta sinergia con le associazioni degli intermediari e degli operatori. Ogni azienda dovrebbe coerentemente realizzare percorsi educativi per lo sviluppo del ragionamento etico dei professionisti e del personale interno. E ogni professionista dovrebbe impegnarsi per acquisire una consapevolezza delle regole morali che utilizza nelle proprie decisioni professionali e dei meccanismi di disimpegno morale che adopera per autogiustificare comportamenti scorretti. Tuttavia, di tali orientamenti, a parte qualche caso virtuoso, non sembrano esserci tracce significative. Si potrebbe dire con Milgram: “È facile ignorare la responsabilità quando si è soltanto un anello intermedio in una catena di azioni”.


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