Consob, amnesie e buchi di Savona

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Il presidente dell’Authority fa un confronto fuorviante fra Italia e Giappone. E dimentica quanto ci costano gli interessi passivi.

Marcello Gualtieri di Marcello Gualtieri20 giugno 2019 | 08:30

Diamo per scontato che qualcosa di quanto dichiarato dal professor Paolo Savona lo scorso 14 giugno nella sua qualità di presidente Consob in merito al debito pubblico italiano sia condivisibile. E cioè che a fronte di un debito pubblico pari al 133% del Pil, esiste una ricchezza dei privati molto più ampia (stimata da Savona in 8 volte il Pil) e che il debito pubblico sia in qualche modo ostaggio dei parametri di Maastricht e, attraverso questi, anche ostaggio dei mercati finanziari.
Ma, per evitate strumentalizzazioni, altrettanto scontate dovrebbero essere le seguenti considerazioni:

1) il confronto con il Giappone (debito pari al 250% del Pil) è fuorviante per numerose motivazioni. La più importante è certificata dalle serie storiche dell’inflazione: quando il debito italiano è cresciuto senza il vincolo imposto dall’esterno dalle norme europee il tasso di inflazione medio è stato tra il 73 e l’82 del 16% annuo; tra l’83 e il 92 (anno di Maastricht) del 6,8%; in Giappone dal 1999 l’inflazione è praticamente zero. Come noto, l’inflazione è la tassa più iniqua che esista e il fenomeno economico più devastante che può registrare una economia, peggiore ancora della recessione che in genere riporta il sistema verso un livello di equilibrio più alto.

2) È sicuramente vero che a fronte del debito pubblico esistono ricchezze private e un sistema produttivo che in qualche modo fanno da garanti: proprio per questo motivo lo spread tutto sommato non è esploso. Ma bisogna ricordare che l’anello di congiunzione tra ricchezza privata e garanzia del debito pubblico si chiama imposta patrimoniale.

3) A causa dell’entità del debito pubblico lo Stato ha dovuto abdicare alla sua fondamentale funzione di stabilizzatore macroeconomico e di stimolo della crescita in tendenza anticiclica.

4) Lo Stato ha speso nel 2018 in interessi passivi circa 67 miliardi pari all’8% della spesa pubblica. Praticamente la stessa cifra che ha speso per tutta l’istruzione dalle scuole primarie all’università.

Che futuro può avere un Paese con questi numeri?


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