Fineco, i vantaggi del consulente azionista

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Avatar di Redazione7 agosto 2019 | 10:12

Da quando Fineco è uscita dal capitale di Unicredit, sono numerose le riflessioni su quelli che potrebbero essere gli scenari di governance futuri della società, sebbene l’ad e dg Alessandro Foti abbia esplicitato in maniera chiara la volontà di valorizzare l’indipendenza della società. Sul tema vi segnaliamo un contributo a firma Antonio Mazzone, procuratore private banker & recruiter financial advisors, tratto da LinkedIn, che riflette sull’opportunità di fare partecipare i consulenti all’azionariato della banca. Proprio sullo status di istituto di credito di Fineco (differente da quello di Azimut, per citare un caso di partecipazione all’azionariato da parte dei consulenti) si era concentrato Foti nell’intervista pubblicata da Milano Finanza che viene citata nell’intervento, ricordando la sorveglianza di Bce e Banca d’Italia anche sui conferimenti azionari. Buona lettura.

Partiamo dalla fine.

In una intervista rilasciata a MF, l’AD di Fineco – Alessandro Foti – ha lasciato intendere che i consulenti finanziari di Fineco non sembrano destinati a entrare nel capitale della banca, diventata di fatto una “public company” dopo l’uscita di Unicredit.

A spegnere ogni speranza in quanti tra i suoi CF speravano in una convergenza al modello Azimut, il Foti sottolinea che: “…il modo migliore per guadagnarsi la fedeltà dei consulenti non è offrirgli azioni ma farli lavorare in un contesto efficiente, consentendo loro di raggiungere gli obiettivi che si sono posti come imprenditori”… Perchè oggi Fineco è un modello di public company molto diffuso all’estero che grandi investitori internazionali hanno evidentemente mostrato di apprezzare”.

Secondo la definizione di Treccani, si definisce public compay una società di capitali quotata in borsa, il cui capitale è frazionato tra molteplici investitori, nessuno dei quali esercita un potere di indirizzo e di governo. Il potere decisionale è detenuto saldamente dai manager guidati dall’amministratore delegato (chief executive officer), che lo gestisce mediante il meccanismo delle deleghe di voto; esso è limitato da meccanismi interni di controllo, basati su una maggioranza di amministratori indipendenti e da meccanismi esterni fondati sulla contendibilità del potere, cioè sulla trasferibilità dello stesso anche senza il consenso dei manager e dell’amministratore delegato.  

Alla luce di questo, la scelta di Foti in qualità di AD o CEO, di non riservare azioni Fineco ai consulenti finanziari del gruppo, rientra nelle sue prerogative e testimonia, quanto ribadisco da tempo: per Foti i CF di Fineco non sono i “suoi” consulenti finanziari, ma liberi imprenditori che si sono posti autonomamente degli obiettivi professionali e personali e hanno scelto Fineco come “mezzo” per realizzarli.

Cosa implica questo? Che con l’attuale management, Fineco non diventerà la Prysmian del settore finanziario. Con enorme rimpianto per i suoi consulenti finanziari e per tutti gli altri stakeholders (tranne che per i suoi tre principali azionisti).

Prysmian (la ex Pirelli Cavi), oggi è l’unica che può fregiarsi di essere la vera public company italiana. E pur avendo, come Fineco, azionisti importanti ( del calibro di Tamburi, BlackRock e Norges Bank) ha intrapreso da alcuni anni una scelta chiara: non un piano di stock option riservato a pochi, ma un programma che coinvolge la pressoché totalità dei dipendenti a tutti i livelli. I quali beneficiano di uno sconto sul prezzo di acquisto dei titoli sotto forma di azioni aggiuntive ricevute a titolo gratuito, nel numero di una ogni tre: di fatto i titoli vengono acquisiti come se avessero un prezzo di carico del 25% in meno rispetto a quello di mercato. Puntando a offrire vantaggi superiori per i dipendenti che hanno i redditi più bassi. Si tratta di un programma che non è fatto per arricchire il management ma per accrescere il senso di appartenenza di tutti i dipendenti. Che è un valore fondamentale per un’azienda come Prysmian (ma evidentemente non lo è per Fineco).

Ma quali vantaggi potrebbe ottenere Fineco con piano alla Prysmian?

Almeno quattro:

1) allineamento degli interessi di lungo periodo dei dipendenti, dei private bankers e dei consulenti finanziari con quelli degli azionisti istituzionali.

2) la condivisione più ampia degli obiettivi aziendali.

3) una maggiore retention, anche in termini di sviluppo di carriera.

4) la partecipazione più attiva alla governance della società, attraverso il voto in assemblea.

Vedremo se i CF di Fineco saranno capaci di un moto di orgoglio e convinceranno il loro AD a fare un passo indietro e ripensare ad un programma di assegnazione di azioni, oppure si accontenteranno della fantomatica Co-Working Platform, che dovrebbe consentire loro un aumento della produttività mediante la condivisione della propria clientela con altri colleghi. Della serie, visto che ci attendono tempi duri con riduzioni di margini e tassi di acquisizione di nuova clientela decrescenti, in questo modo forse si riuscirà a gestire più attivamente un maggior numero di clienti ( i miei più quelli dei miei colleghi).


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