Il risiko delle reti nel segno BlackRock

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di Andrea Giacobino 9 Agosto 2019 | 10:42

Sta per partire il risiko delle banche e reti di consulenti finanziari? Molti segnali sembrano andare in questa direzione proprio mentre stanno per partire i primi rendiconti ai clienti in base alla direttiva Mifid 2. Massimo Doris, numero uno di Banca Mediolanum, in una recente intervista ha dichiarato di essere pronto a giocare un ruolo nell’eventuale processo di consolidamento dell’industria candidandosi a rilevare una rete. Qualche giorno prima, forse come “voce dal sen fuggita” durante la conferenza stampa in occasione dei 15 anni di debutto sul listino Pietro Giuliani, presidente di Azimut Holding, ha dichiarato di essere interessato a comprare Banca Generali. Ma poche ore dopo si è saputo che il gruppo assicurativo di Trieste non ha nessuna intenzione di cedere la “gallina dalle uova d’oro” guidata con perizia da Gian Maria Mossa.

Nel frattempo, però, si registrano scosse telluriche nel mondo dell’advisory tricolore. Privilegiando il rafforzamento patrimoniale, infatti, UniCredit è uscita completamente dal capitale di quella FinecoBank che Alessandro Foti ora piloterà col piglio di sempre verso il nuovo destino di “public company”. Anche se, proprio nell’azionariato post vendita dell’ultima quota in mano alla banca di piazza Gae Aulenti, è spuntato BlackRock con oltre il 10,2%. Il gestore americano è il più grande del mondo e detiene direttamente l’8,4% della banca guidata da Foti e a questa quota si aggiunge uno 0,82% rappresentato da un pacchetto d’azioni oggetto di prestito titoli. Infine, ci sono alcuni contratti derivati (contract for differences – cfd) che non prevedono una scadenza e incidono nel capitale per un ulteriore 0,969%. È interessante notare che prima di costruire questa forte posizione in FinecoBank, sempre BlackRock aveva incrementato – sia pur con qualche short – la partecipazione in Azimut Holding che oggi da sito Consob risulta al 5,6%. Il gigante americano piloterà un merger fra le due reti? L’ipotesi è suggestiva, ma prematura.

Intanto Mifid 2 a parte, i consulenti finanziari italiani devono riflettere su qualche preoccupante dato di fatto. Secondo il recente World Wealth Report di Capgemini, infatti, i “paperoni” non investono abbastanza e se è vero che limitarsi agli impieghi liquidi non è il massimo per la valorizzazione del proprio patrimonio finanziario, parallelamente è un segnale che il mondo dell’advisory forse deve impegnarsi di più per farsi apprezzare dagli investitori di fascia alta. Secondo il report fra la popolazione ricca la liquidità, alla fine del 2018, ha superato l’equity come asset class più diffusa, mentre nel primo trimestre 2019 il contante è diventato l’attivo più diffuso.

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