Fideuram ISPB, il banker in stile millennial

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di Marcello Astorri 21 Agosto 2019 | 11:01

Investire sui giovani di talento è la chiave per dare inizio al ricambio generazionale nel mondo della consulenza finanziaria. Non tutti ci credono, ma la storia di successo di Edoardo Bobba (nella foto), private banker 35enne di Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking, dovrebbe far riflettere sui benefici a lungo termine che una strategia di questo tipo può portare. “Sono cresciuto molto in questi anni in Fideuram”, spiega con orgoglio Edoardo, che opera tra Padova e Milano, “il mio portafoglio è aumentato in media del 23% all’anno”. Risultati che sono frutto del suo talento, ma anche di un lavoro di squadra: “Più alzi l’asticella, più aumentano le complessità e le esigenze dei clienti. Avere l’appoggio della nostra struttura di private wealth management per quanto riguarda la gestione immobiliare, artistica, fiscale e societaria mi ha permesso di svolgere al meglio il mio lavoro”.

Facciamo un passo indietro, cosa le piace di questo lavoro e cosa l’ha spinta a iniziarlo?
Mi sono laureato in Economia e Finanza all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sul mondo del private banking. Era il 2010, le banche erano alle prese con il periodo post crisi e poche investivano sui nuovi talenti. Sfogliando Il Sole 24 Ore, ho visto un master con borsa di studio di Fideuram, ho partecipato alle selezioni e sono stato il primo in assoluto ad accedere. Fideuram è stata l’unica realtà che ha visto le mie potenzialità e che ha investito su di me: uno studente laureato con il massimo dei voti, molto appassionato verso il mondo del private banking.

Secondo lei, perché i giovani faticano in questo lavoro?
È un mondo molto competitivo, che richiede un’elevata preparazione e tanti sacrifici. Quindi non è facile già di suo. E, per di più, le realtà che investono sulle nuove risorse sono poche. Un giovane può anche essere una persona preparata, ma poi ha difficoltà a trovare una realtà finanziaria che punti su di lui. Quello sui giovani è un investimento che non ha un ritorno immediato e le banche in questo momento sono attente ai costi.

Quali sono le maggiori difficoltà dei giovani?
Il sistema bancario che sta invecchiando. I clienti e le persone che gestiscono il denaro sono baby boomers (nati tra il 1946 e il 1964, n.d.r.). Per crescere, un giovane deve avere tutta una struttura alle sue spalle. Il che significa un supporto operativo che permetta di arrivare agli obiettivi prefissati. È utile confrontarsi con i private banker più esperti, magari con decine di anni di carriera alle spalle ed è utile continuare a formarsi. Solo così è possibile un ricambio generazionale.

Cosa consiglia a un coetaneo che vorrebbe intraprendere questo mestiere?
Sicuramente deve armarsi di una buona dose di impegno, passione e sacrificio. E poi dovrebbe cercare i primi operatori del mercato, nazionali e internazionali e rivolgersi a quelli che investono di più nella formazione. Per crescere bene, infatti, bisogna sfruttare tutte le occasioni di preparazione e confronto, perché questo ci porta poi a raggiungere gli obiettivi concreti.

Dove si vede tra 20 anni dal punto di vista professionale?
Continuerò a fare questo lavoro perché è bellissimo, mi appassiona e mi permette di essere a disposizione delle persone, con cui puoi instaurare rapporti umani. Di certo avrò qualche capello bianco in più, ma anche più esperienza da trasmettere a un consulente junior da formare.

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