Consulenza, Di Ciommo a tutto campo

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Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti12 settembre 2019 | 10:05

Lo scorso giugno il nome di Francesco Di Ciommo è apparso come quello scelto da Anasf come papabile per succedere alla guida di Ocf al posto del presidente attuale Carla Rabitti Bedogni. Classe 1975, docente alla Luiss ed eseperto di diritto societario, Bluerating ha deciso di conoscerlo meglio attraverso una chiaccherata sui temi del momento a livello di mercati e di advisory. Una riflessione a tutto campo, ricca di spunti e all’insegna della lucidità. Buona lettura.

Partiamo da una valutazione di scenario. Sembra che il governo Conte bis abbia trovato il consenso dei mercati finanziari. Qual è il suo giudizio sul possibile impatto finanziario ed economico della nuova maggioranza?
 
Per prima cosa, desidero esprimere i miei migliori auspici nei confronti  del nuovo Governo. A prescindere da ogni legittima considerazione politica, credo che i cittadini debbano augurarsi sempre che chi Governa il Paese lo faccia nel migliore dei modi e con i migliori risultati nell’interesse della collettività. E vengo alla sua domanda. 
La reazione positiva che i mercati finanziari hanno fatto registrare nei giorni della nascita del nuovo governo italiano si spiega, a mio avviso, principalmente in ragione del fatto che, quando dopo una crisi politica un Paese ritrova stabilità, le borse normalmente mostrano fiducia nei confronti di quel Paese. Dunque, aspetterei qualche settimane prima di valutare l’atteggiamento che i mercati avranno nei confronti del nuovo Governo italiano. 
Tuttavia, non c’è dubbio che il ritrovato feeling tra il Governo Italiano e le istituzioni europee, a partire dalla Commissione, costituisca una circostanza che i mercati non possono che considerare positivamente, e ciò anche perché, almeno in teoria, dovrebbe rafforzare la stessa Europa.
 

La sua attività professionale la porta ad avere tra suoi clienti anche primarie realtà imprenditoriali nonché enti pubblici. Alla luce della sua esperienza, come giudica l’attuale stato di salute dell’economia reale del nostro Paese?

 

Volendo rispondere alla sua domanda sullo stato di salute dell’economia italiana in termini medici, direi che la prognosi è, allo stato, necessariamente riservata. 
L’economia italiana, infatti, malgrado la situazione politica del Paese da anni non offra agli imprenditori le necessarie garanzie, continua a dimostrare una certa vivacità ed inoltre continua a vantare delle punte di eccellenza assoluta in termini di qualità riconosciuta in tutto il mondo. Insomma, il “made in Italy” è ancora un marchio che tutti ci invidiano, così come tutti ci invidiano la bellezza delle nostre città, delle nostre spiagge, delle nostre montagne, oltre che ovviamente i capolavori artistici e architettonici che nessun altro Paese al mondo può vantare come l’italia. 
Tuttavia, ci sono problemi evidenti che devono essere affrontati con determinazione e senza ulteriori dilazioni temporali. 
Mi riferisco, tra l’altro, all’eccessivo costo del lavoro e, più in generale, all’eccessivo carico fiscale con cui le imprese italiane devono fare i conti ogni giorno. Nonché, ovviamente, allo squilibrio, sempre più evidente, tra diverse zone del Paese in termini di produttività, e quindi alla questione meridionale, che negli ultimi lustri si è aggravata pesantemente. Ritengo, infatti, che per l’economia italiana non sia affatto un bene che il Sud continui a perdere di anno in anno punti di PIL oltre che occasioni di rilancio e investimenti innovativi. 
Ci sono, inoltre, e come noto, questioni molto serie che riguardano lo sviluppo tecnologico e infrastrutturale del Paese, l’abbattimento della burocrazia e la riduzione del debito pubblico. 
Se non ci si confronta in tempi rapidi con questi temi in modo serio e strutturato, il rischio è che la prognosi possa evolversi in negativo. 
A riguardo evidenzio che l’Italia – che ha il quarto debito pubblico del mondo in termini assoluti (dopo USA, Giappone e Francia), e che ha un rapporto Debito/PIL pari al 132% (mentre quello francese è al 96% e quello degli Stati Uniti al 77%, tanto per esemplificare) – nel 2018 è stata uno dei tre Paesi europei che ha visto ancora aumentare (invece che diminuire) il proprio debito pubblico, in compagnia di Grecia e Cipro. Ecco, così un grande Paese come il nostro non può andare avanti. Bisogna invertire la marcia. Si può e si deve fare.
 
Sono tante le incognite politiche e macro che pesano sulla stabilità dei mercati finanziari internazionali, tra guerre commerciali, Brexit, crisi sudamericane e tassi ai minimi. In uno scenario dove la volatilità è sempre più protagonista, è davvero finito il mondo dei “porti sicuri per il rendimento” o esistono ancora delle isole felici a suo avviso?
 
Nell’attuale contesto dei mercati finanziari non è facile individuare “porti sicuri”, soprattutto se l’investitore desidera, quando meno a medio termine, riuscire ad ottenere anche un rendimento. 
Ma, come ben sanno coloro che si occupano di finanza, il rischio, anche quando connaturato da grave incertezza, non va interpretato in termini negativi in quanto costituisce sempre un’opportunità di investimento e di guadagno.
Certo, tutto ciò rende ancora più importante l’attività svolta, a vario titolo, dagli intermediari finanziari così come l’attività di consulenza, perchè in uno scenario volatile, incerto e sempre più complesso, i singoli risparmiatori, anche a prescindere dal livello di educazione e informazione finanziaria, hanno bisogno di avere a fianco professionisti di alto profilo per poter operare sui mercati finanziari con fiducia ed ottenendo buoni risultati.
 
Spostiamoci verso il mondo di coloro che si confrontano quotidianamente con i mercati finanziari con la finalità di monitorare gli investimenti dei propri clienti, cioè i consulenti finanziari. L’avvento della normativa Mifid 2 e della trasparenza che questa comporta, si dice che dovrebbe generare una pressione sui margini che porterà a una inevitabile contrazione degli operatori del settore. Qual è il suo giudizio sul potenziale impatto di questa direttiva sul mercato italiano?
 
Il discorso è un po’ complesso. Provo a semplificarlo.
Sebbene molti osservatori ritengano che l’entrata in vigore della Mifid2, in sostanza, abbia prodotto effetti modesti sulle dinamiche di mercato e sugli assetti organizzativi e relazionali degli operatori, io penso, al contrario, che la Mifid2 stia determinando una importante accelerazione nell’inevitabile processo di cambiamento che i mercati finanziari stanno, già da anni, affrontando. Ho analizzato questa dinamica in alcuni miei recenti studi scientifici pubblicati sul tema.
Come dicevamo prima, infatti, lo scenario oggi è più complesso e volatile rispetto a pochi lustri fa, ed inoltre l’avvento della tecnologia digitale ha determinato una completa rimodulazione del rapporto tra gli investitori, anche retail, gli intermediari e, più in generale, tutti coloro che operano sui mercati finanziari. Per accompagnare gli investitori in questo mutato contesto necessitano operatori professionali non solo di alto livello sotto il profilo dell’esperienza e delle performance, ma anche che siano, ed appaiano, trasparenti, qualificati, attenti alle esigenze dei clienti e sempre perfettamente rispettosi delle normative di rango primario e secondario. 
In altre parole, proprio in ragione della complessità e dell’incertezza già denunciate, è fondamentale che oggi il cliente senta di potersi fidare completamente dei professionisti con cui si relaziona per scegliere se e come investire. 
Inserito in questa logica, il discorso relativo alla trasparenza dei costi, in particolare della consulenza finanziaria, assume connotati di grande rilievo. Nell’ambito di un rapporto di fiducia tra cliente e professionista (o comunque intermediario professionale) è giusto e doveroso che il cliente sia in grado di capire perfettamente come vengono modulati i costi che egli accetta di sostenere, così come di comprendere se esistono elementi potenziali che rendono il suo interlocutore non indipendente rispetto all’operazione di investimento suggerita o posta in essere. L’alternativa a questa situazione sarebbe una opacità che non fa senz’altro bene ai mercati perchè, come insegna la teoria economia, i mercati possono prosperare solo se i consumatori hanno fiducia nei professionisti con cui interloquiscono. 
E’ vero che una effettiva trasparenza può comportare una pressione sui (o, per dirla tutta, riduzione dei) margini operativi. Ma questo rappresenta un effetto di mercato, o meglio della concorrenza esistente sul mercato. Ed è un effetto positivo. Da salutare con favore. Perchè se i margini in termini percentuali diminuiscono, e se la circostanza viene fatta percepire nel modo giusto ai clienti, questi ultimi saranno più incentivati ad investire ed a farlo nell’ambito di un rapporto di consulenza strutturato. 
Tornando ancora alla teoria economica, in un mercato sano più concorrenza c’è, più diminuiscono in termini percentuali i margini operativi per le imprese e più il mercato cresce perchè i consumatori sono incentivati a consumare di più, non solo in ragione del fatto che comprano il servizio ad un prezzo inferiore e dunque sono più soddisfatti, ma altresì in quanto riescono a scegliere tra i vari operatori quello che meglio interpreta la loro esigenza concreta, anche in termini di costi, il che aumenta ulteriormente la soddisfazione e, più in generale, migliora la percezione del servizio acquistato da parte dei medesimi.
In altre parole, la pressione sui margini non significa una diminuzione dei profitti per tutti gli operatori, intermediari e consulenti. E ciò perchè, a margini più bassi, in termini percentuali o relativi, dovrebbe corrispondere un aumento della torta su cui calcolare quei margini. Dunque, in termini percentuali i margini si possono ridurre, ma in termini assoluti gli stessi cresceranno perchè il mercato (cioè la torta) sarà cresciuto.
Nell’ambito di questa dinamica, ovviamente, qualche operatore potrebbe essere messo fuori dal mercato perchè, a margini ridotti, egli non riesce ad operare con profitto. Come evidente, in questo caso, però, si avrà una selezione di mercato naturale che, di nuovo, non può che far bene al mercato perchè, di conseguenza, resteranno sul mercato, in tesi a dividersi la torta divenuta più grande, gli operatori che meglio sanno raggiungere i propri obiettivi e creare ricchezza. 
E’ necessario che qualcuno queste cose le dica, per tranquillizzare gli operatori e i clienti e per infondere la giusta fiducia e il giusto ottimismo nei mercati.

Sempre in materia di Mifid 2, il mercato italiano si è da poco confrontato sul tanto atteso invio alla clientela della nuova reportistica sui costi . Gli intermediari in sostanza si sono divisi tra chi ha adottato una documentazione sintetica di poche pagine e chi invece ha scelto di proporre rendiconti più strutturati dalle numerose facciate. A suo avviso questo approccio “eterogeneo” all’interpretazione della normativa, non rischia di essere un ostacolo per una comunicazione che, come previsto da regolamento Consob 20307/2018, dovrebbre essere devono essere “corretta, chiara e non fuorviante” nell’interesse degli investitori?  
 

Anche su questo delicato tema la mia posizione è molto netta: la documentazione ad uso e consumo del cliente deve essere effettivamente, per quest’ultimo, fruibile, altrimenti non solo è tamquam non esset, ma anzi rischia di rivelarsi fuorviante e dunque dannosa. Una reportistica di 20 pagine, a mio avviso, risulta del tutto illeggibile per il cliente e produce negli interessati una sensazione di impotenza, e cioè di impossibilità di comprendere davvero, e quindi di tutelare al meglio i propri interessi. E’ questo l’esatto contrario di quello che deve avvenire in un sano rapporto tra cliente e professionista. 

Ma anche rispetto a ciò, a mio avviso, il mercato ha bisogno di regole chiare per esprimere efficienza. Cioè, sarebbe necessario che vi fosse una regolamentazione più specifica della materia, così da non lasciare margini interpretativi forieri di confusione.

Rimanendo sul tema della tutela degli investitori, una recente ricerca svolta da ImmuniWeb ha evidenziato che 97% delle più grandi banche sono a rischio di furto di dati online e il 20% delle app di mobile banking contiene almeno una vulnerabilità di sicurezza ad alto rischio. Premesso che il fenomeno della digitalizzazione dell’offerta dei servizi finanziari e bancari è un moto inarrestabile, quali sono secondo lei i principali fattori da tenere in considerazione per far sì che questo processo da opportunità non si tramuti in rischio?

 
L’elevato numero di furti di dati personali, la spiccata attuale vulnerabilità di tutti i sistemi informatici, e, più in generale, il fatto che oggi vi sia un ricco mercato mondiale dei dati personali, costituiscono circostanze date con le quali oggi, e per l’immediato futuro, bisogna necessariamente fare i conti. Il rischio inevitabilmente collegato a tutto ciò rivela, pensando ai mercati finanziari, potenziali conseguenze negative di portata assai rilevante, e che dunque bisogna assolutamente scongiurare. 
Già negli ultimi anni, infatti, le cronache mondiali hanno raccontato di vicende più o meno eclatanti che hanno riguardano anche grandi banche, considerate, a torto, per questo sol fatto al riparo da pericoli. Ma probabilmente il fenomeno non ha ancora mostrato il suo volto peggiore riguardo all’operatività dei mercati finanziari. 
Il principale fattore da tenere in considerazione per arginare il rischio è quello tecnologico. In altre parole, solo imponendo agli operatori di dotarsi dei più sofisticati e aggiornati sistemi di protezione di volta in volta messi sul mercato si può tentare di combattere, nel modo più efficace possibile, il rischio in parola. Che, per altro, riguarda ogni attività svolta attraverso reti digitali. Io, tanto per fare un esempio a questo proposito, ho indagato, in alcuni saggi scientifici pubblicati recentemente, il tema dell’High frequency trading sui mercati finanziari, ed anche rispetto ai rischi cui si espone il trading finanziario on-line, soprattutto se di alta frequenza, ritengo ed ho affermato che l’unica vera soluzione passi per la imposizione, da parte delle autorità di regolazione, agli operatori professionali di obblighi di elevata protezione tecnologica, oltre che – ovviamente – di compiuta formazione delle risorse umane addette a far funzionare questi strumenti e di responsabilizzazione delle funzioni interne di controllo. 

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