Consulenti, fate largo ai creativi

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Avatar di Nicola Ronchetti27 dicembre 2019 | 10:11

L’industria del risparmio gestito e della distribuzione (banche e reti) sta affrontando uno dei momenti più complessi della sua storia anche per il congelamento dei tassi sotto zero che ha una ricaduta negativa sulla già scarsa propensione dei risparmiatori a fare investimenti. Se l’asset class storicamente preferita dagli italiani (i bond e più in generale gli investimenti in fondi fixed income) fatica a garantire rendimenti positivi, le strade possibili sono due, entrambe percorribili in parallelo. La prima riguarda l’educazione degli investitori: si tratta di convertire gli italiani al risparmio gestito supportandoli a rivedere il loro orizzonte temporale, a essere anche più consapevoli della propria propensione al rischio ma anche sensibilizzandoli sul pericolo di vedere eroso il valore reale dei propri risparmi se lasciati in liquidità. Questa è la strada più lunga e complessa, ma probabilmente la più lungimirante, ma deve passare anche dall’efficientamento dei costi dell’offerta, sia lato sgr che distributori, che oggettivamente ha ampi spazi di miglioramento. Ci riferiamo ai costi interni di struttura delle sgr e dei distributori che in tempi di vacche grasse e di rendimenti positivi potevano passare sotto traccia ma che oggi emergono in tutta la loro cruda realtà, soprattutto perché a pagare il conto è il cliente finale.

Troppi soldi in giacenza
Quest’ultimo, convinto a ragione o a torto di pagare più del dovuto, non si fida, non investe, lasciando i soldi sui conti correnti, generando quel circolo vizioso che porta ad avere 1.400 miliardi in giacenza. Si tratta di una vera e propria crisi di fiducia verso il sistema finanziario che andrebbe messa al primo posto della nostra agenda, forse ancora prima dell’educazione finanziaria degli italiani. La seconda strada parte dall’offerta e in particolare dalla sua capacità di inventare nuovi prodotti, di adattare prodotti già esistenti ma destinati a un altro pubblico di riferimento o di rispolverare vecchie ma mai dimenticate soluzioni d’investimento. Ci riferiamo a tre fenomeni: a) alla riscossa dei fondi passivi e degli Etf; b) al lancio di investimenti illiquidi in private debt, private equity, infrastrutture; c) all’offerta di protezione attraverso prodotti assicurativi sia nel ramo danni che nel ramo vita. Sugli Etf e sui fondi passivi stiamo assistendo a un fiorire di lanci nel mercato retail italiano mai visto prima: in Italia ha aperto la strada iShares, seguita da Invesco, Ubs, dal colosso americano Vanguard e, più recentemente da J.P. Morgan, Goldman Sachs e Franklin Templeton, solo per citare i più noti.

Rendimenti e protezione
Il rilancio degli Etf e dei fondi passivi potrebbe apparire come una sorta di nemesi per gli asset manager, la presa d’atto della difficoltà dei fondi attivi, più cari e spesso anche meno performanti o comunque di un’opzione in più nell’offerta dei maggiori gestori. Gli investimenti illiquidi sono un tema di grande suggestione, fanno leva sull’economia reale che pare il nuovo mantra, peccato che nella loro proposizione si parli poco del rischio e solo di rendimenti (a doppia cifra), ipotecando ancora una volta la fiducia dei risparmiatori italiani. Che dire infine della protezione? Come l’araba fenice risorta dalle proprie ceneri le banche paiono riscoprire che gli italiani non sono assicurati: ed ecco che l’antico e mai dimenticato progetto banca – assicurazione viene oggi rispolverato. Il tempismo potrebbe sembrare ai più maligni un po’ sospetto, ma meglio tardi che mai. Insomma, evviva i tassi sotto zero perché tanto ad aumentare la temperatura ci stanno pensano in tanti, speriamo soltanto che nessuno dimentichi quello che è il bene più prezioso per i consulenti finanziari e chi lavora nell’industria del risparmio gestito: la fiducia dei propri clienti che non può e non deve mai essere trascurata.


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