Consulenti, due incubi chiamati mobbing e straining

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di Redazione 13 Febbraio 2020 | 10:22

Il termine “mobbing” è ormai entrato da tempo nel gergo comune. Meno si sa e si parla invece dello “straining”, un fenomeno similare ma con alcune importanti peculiarità. Entrambi possono inficiare la vita lavorativa e sicuramente il mondo bancario non sfugge da queste dinamiche. Ne parla in un suo approfondimento su LinkedIn Antonio Mazzone, Procuratore Private Banker & E-Recruiter e ideatore dell’iniziativa Iron Banker di Bancadvice it SAS.

Molti operatori ed addetti ai lavori del settore finanziario, figli di una visione prettamente “bancocentrica passiva”, vivono oggi con sofferenza il proprio status professionale.

Al contempo, hanno paura dell’idea stessa di un cambiamento personale (privato e lavorativo), perchè pensano di dover sacrificare qualcosa o di rinunciare a qualcosa.

Anche quando figure importanti rappresentative del proprio datore di lavoro (vedi Banca X) che potremmo chiamare “responsabili commerciali Y e Z” pongono in essere azioni tali da costringerlo (lui consulente bancario/gestore privati/advisor agli investimenti etc..) a lavorare in un ambiente “ostile”, per incuria e disinteresse nei confronti del suo benessere lavorativo (arrivando persino alla violazione del disposto di cui all’articolo 2087 cod. civ.).

Ebbene, quello sopra descritto viene chiamato “STRAINING” . Una espressione introdotta nel gergo giuridico dal dott. Harald Ege (noto in Italia per essere stato il primo, nel 1995, a proporre il termine “mobbing”).

Lo straining descrive una “situazione di stress forzato sul posto di lavoro dove la vittima subisce almeno una azione che ha come conseguenza almeno un effetto negativo nell’ambiente di lavoro ed è caratterizzata da una durata costante”.

La differenza tra i due “fenomeni” non è però labile ma sostanziale: lo “straining” mira sostanzialmente al “demansionamento” del collega/lavoratore; il “mobbing” invece consiste in una “forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori. Lo scopo ultimo di tali comportamenti è quello di “eliminare” un collega divenuto in qualche modo “scomodo”, inducendolo alle dimissioni volontarie o provocandone un motivato licenziamento”

Lo “straining” può essere ravvisato nell’attività giornaliera di filiale anche in diversi momenti (solo per citarne alcuni):

  • frasi e commenti (sempre più espliciti che danno poco spazio a dubbi o equivoci, ma anzi a volte sconfinano in vere e proprie ingiurie e calunnie) utilizzati dai responsabili diretti verso i colleghi in occasione di riunioni commerciali, call conference e colloqui singoli;
  • modalità di assegnazione dei budget che evidenziano livelli di sproporzionalità (rispetto a quanto previsto dalla MIFID 2) tra “l’assegnato” e le masse;
  • la sollecitazione indebita da parte di alcuni ” capi” di inserire in prenotazione degli importi dei budget assegnati per i diversi prodotti, come fossero già stati sottoscritti dai clienti.
  • chiusura di sportelli su territori di vasta dimensiome con tentativi poi di raggruppare più portafogli in capo ad un unico gestore, determinando di fatto, una grande difficoltà nella gestione ottimale dei clienti.

Tutte queste situazioni portano addirittura alcuni dipendenti bancari ad essere “cattivi” se non “crudeli” verso la clientela più debole (per anzianità o livello culturale). Pur di sottrarsi alla pressioni commerciali sempre più incalzanti. Si arriva a provare poi persino un senso di profondo disgusto per la propria immagine riflessa nello specchio.

Ecco che allora, CHI si trova in questa situazione dovrebbe essere grato e non infastidito da operatori seri che vogliono offrirgli un percorso professionale nuovo ed alternativo, una “seconda possibilità”.

Perchè tutti noi quando siamo messi nella condizione di dare il nostro “meglio” diventiamo creativi ed ingegnosi. Quando riusciamo a mettere l’amore e la passione come principi guida del nostro lavoro, possiamo creare, sviluppare ed implementare sistemi di cambiamento che fanno bene a tutti: a noi stessi, ai colleghi, alla nostra azienda, alla collettività.

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