Reti: utili da sogno, ma non si comprendono i veri rischi

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Andrea Giacobino di Andrea Giacobino 6 Marzo 2020 | 13:07

Nell’eccellente ricerca presentata da Excellence Consulting (il gioco di parole è doveroso) nel convegno inaugurale di ConsulentiTia 2020, Maurizio Primanni ha spiegato che l’avvento nell’industria della consulenza finanziaria e del wealth management dei giganti della tecnologia (da Amazon a Google) è l’ultima delle preoccupazioni dei capi delle nostre banche-reti di consulenti finanziari e private banker. Ci sembra, il loro, nonostante gli ottimi bilanci 2019, un ottimismo eccessivo. L’insufficiente ricambio generazionale dell’industria (solo l’1% dei cf attivi ha meno di 30 anni) e invece il trasferimento generazionale alle porte della ricchezza tra baby boomers e millennials ci fa capire che i big tech hanno molte frecce al loro arco; come le ha Poste Italiane che proprio sul wealth management ha aperto la sua nuova frontiera a pochi mesi dalla firma dell’accordo con Moneyfarm. Tanto più che nello scorso anno si è confermata la predilezione per la liquidità delle famiglie italiane.

A osservare i dati, che mostrano un flusso positivo dei depositi per 46 miliardi di euro ad ottobre 2019, sembra che questa preferenza in questo ultimo periodo sia stata, se possibile, più marcata. Anni di accumulo dei “soldi sotto il materasso” hanno portato lo stock di attività liquide a 1.500 miliardi di euro, coprendo così il 33% delle attività finanziarie nei portafogli delle famiglie. Dai dati dell’ultimo Wealth Insights, l’indagine di Prometeia e Ipsos sulle attitudini degli italiani al risparmio, emerge poi che una famiglia intervistata su due detiene in liquidità tutta la propria ricchezza. Dalle analisi sui dati della indagine emerge che chi non ha investito in un arco temporale di 15 anni ha perso circa il 30% di ricchezza potenziale in termini reali. Si tratta di un fenomeno rilevante: potrebbe coinvolgere fino a 4 milioni di nuclei familiari che al momento detengono l’intero patrimonio in liquidità, per un ammontare complessivo di circa 250 miliardi di euro, che potrebbero essere indirizzati in favore degli investimenti. Quello della enorme e nient’affatto redditizia liquidità ancora nelle mani delle famiglie del nostro Paese è, insomma, un vero e proprio tesoro inutilizzato che dovrebbe costituire la riserva di caccia naturale dei consulenti finanziari del nostro Paese. E invece si ha spesso la sensazione che il “new money” interessi a pochi dei nostri cf, molti dei quali spesso e volentieri “seduti” sul loro attuale portafoglio clienti che hanno garantito finora lauti guadagni. Ma il futuro potrebbe riservare loro sorprese non piacevoli, sia sul lato della compressione dei margini di guadagno, sia perché potrebbero prendere piede in modo più consistente la robo advisory. Pochi giorni fa Alessandra Perrazzelli, vice direttore generale della Banca d’Italia, ha osservato che le banche italiane dovrebbero considerare “i significativi vantaggi” che produce l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella selezione del credito, ossia dei clienti meritevoli di essere affidati. Meglio la macchina dell’uomo per la misurazione del rischio di credito come evidenzia la letteratura economica. E, guarda caso, ancora Primanni ha ricordato che in Cina l’investment platform della banca Icbc offre la profilazione comportamentale del cliente in base all’intelligenza artificiale. Ecco perché i capi delle banche-reti dovrebbero capire che i rischi non sono solo i tassi bassi.

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