Consulenti, 11 lezioni di finanza spicciola – L’oscura parabola dei derivati

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Avatar di Redazione 24 Luglio 2020 | 10:12

Prosegue rubrica in 11 episodi che vi introdurrà ai contenuti del libro “La finanza spiegata bene” del giornalista Mauro del Corno.

Qui la prima puntata.

Qui la seconda puntata.

Qui la terza puntata.

Il quarto estratto (clicca qui per acquistare il libro completo) è parte del quarto capitolo, o quarta lezione, il cui tema è il funzionamento degli istituti di credito.

I derivati, prodotti finanziari dalla natura luciferina, sono associati all’idea di una speculazione feroce e vorace. Strumenti capaci di mettere in ginocchio aziende o interi paesi, a vantaggio di un manipolo di grandi finanzieri. Utilizzati per «spennare» risparmiatori, inconsapevoli del rischio. C’è, senza dubbio, del vero. Ma non tutto il vero. I derivati nascono, e sono tutt’ora utilizzati, come prodotti che consentono di maneggiare, spostare e suddividere il rischio. A fin di bene insomma. Aumentano la sicurezza di un investimento rendendolo meno pericoloso. La riduzione dell’incertezza è sempre molto gradita a chi compra o vende. Tralasciando i tempi antichi, da cui pure sono giunte notizie di contratti simili (a cominciare dal codice di Hammurabi del 1750 a.C.), i primi derivati moderni furono «futures» su prodotti agricoli. Per un coltivatore è impossibile prevedere se la stagione in arrivo sarà favorevole o meno, secca o con troppa pioggia. Se i raccolti saranno abbondanti oppure scarsi e quindi a che prezzo potrà vendere i suoi prodotti.

La stessa incertezza, ma di verso contrario, grava sui grossisti che comprano. Se i prezzi saranno alti sarà un bene per l’agricoltore, in caso contrario i benefici andranno all’acquirente. Entrambe le parti potrebbero però scegliere di rinunciare a parte dei possibili guadagni per contenere eventuali perdite. Prima di conoscere come andrà la stagione possono accordarsi per fissare in anticipo il prezzo della compravendita. Ecco che nasce un contratto «future». Verosimilmente si tratterà di un prezzo a metà tra i due estremi possibili. Il rischio viene così suddiviso tra i due partecipanti: comunque vada, nessuno dei due farà guadagni strepitosi ma non dovrà neppure sopportare perdite esagerate. È un mondo difficile… L’incertezza alberga in ogni angolo del mondo e gli investitori non la amano. Come il loro nome lascia intendere, tutti i derivati hanno in comune la caratteristica di «derivare» il loro valore da un prodotto sottostante. Contratti futures, sono stati creati su qualsiasi genere di materia prima e poi su valute, azioni, obbligazioni, titoli di Stato ecc. Ora cerchiamo di capire perché questi scudi contro il rischio possono avere anche una natura «malvagia». Grazie alle facoltà che attribuisce al suo possessore, un derivato ha anche un valore in sé e può essere venduto o comprato. Spesso questo accade fuori da mercati regolamentati (in questo caso si parla di scambi Otc, over the counter) e, in questo caso, non ci sono limiti al modo in cui un contratto può essere strutturato. Ipotizziamo si tratti di un contratto future che mi dà il diritto di acquistare il petrolio a 50 dollari. Il valore di questo derivato aumenta man mano che il prezzo del petrolio sale sopra i 50 dollari. Ciò accade a prescindere dal fatto che il suo possessore decida di comprare davvero dei barili di greggio. Anzi, nella grande maggioranza dei casi il reale trasferimento del «sottostante» non avviene. Meno del 2% dei contratti futures si concludono con l’effettivo passaggio dei beni a cui sono collegati. Solo per quanto riguarda il petrolio, ogni giorno vengono realmente scambiati nel mondo circa 80 milioni di barili, mentre nel mercato dei derivati i barili che si spostano, ma solo virtualmente, sono oltre un miliardo. In questo tipo di utilizzo il derivato non serve più per ridurre i rischi ma serve per fare esattamente l’opposto: esporsi al rischio scommettendo su variazioni di prezzo favorevoli. I derivati hanno un’altra caratteristica «esplosiva»: grazie al cosiddetto effetto leva riescono a moltiplicare profitti (e perdite). Vediamo, per esempio, come si possa guadagnare sul petrolio… senza vederne neppure una goccia. Potrò comprare, poniamo per 100 dollari, un derivato che mi dà la facoltà di acquistare 100 barili al prezzo di 50 dollari l’uno. Ipotizziamo che alla scadenza del contratto il prezzo del greggio sia salito a 60 dollari. A questo punto potrei comprare 100 barili a 50 dollari spendendo 5000 dollari e poi rivenderli a 60 dollari, incassandone 6000 e guadagnandone 1000. L’investimento iniziale era appena 100, un profitto del 900%! Ma anche senza spostare davvero 100 barili di greggio, posso, più comodamente, chiudere il contratto con la mia controparte e incassare i 1000 dollari. Ipotizziamo invece che il prezzo del petrolio scenda anche solo a 49,99 dollari. A quel punto il derivato che mi dà la possibilità di comprarlo a 50 dollari non vale nulla, è carta straccia. Avrò quindi perso tutti i 100 dollari investiti. Questo rende l’idea di quanto i derivati possano essere al contempo e allettanti e pericolosi. Del resto, è regola base che le possibilità di ingenti guadagni comportino sempre alti rischi. Una specie di «chi non risica non rosica» al cubo.

Tratto da “La finanza spiegata bene” (GueriniNext), di Mauro Del Corno.

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