Consulenti, strano ma vero: col lockdown si recluta

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Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti 17 Agosto 2020 | 10:58

Che la crisi economica dettata dal Coronavirus abbia visto nel mondo italiano dell’advisory uno dei pochi casi di immunità è un dato ormai certo. Se nei primi mesi del 2020 abbiamo visto il poderoso sprint della raccolta  (oltre 8 miliardi euro di afflussi netti solo tra febbraio e marzo, i due mesi che hanno segnato l’esplosione della pandemia su scala mondiale) e la contestuale buona figura delle trimestrali delle reti quotate, ecco che un nuovo elemento si erge a prova della sopracitata tesi: strano ma vero, le reti durante l’emergenza Coronavirus hanno reclutato e pure tanto. La redazione di BLUERATING ha infatti analizzato le variazioni di organico relative ai primi mesi del 2020 e ciò che emerge è che la stragrande maggioranza delle reti ha visto crescere il numero dei propri consulenti operativi: cosa che, udite udite, non era accaduta invece in un anno certamente migliore per il mercato come il 2019.

Il confronto su un anno

Dati Assoreti alla mano, nel 2019 6 reti su 11 possedevano un bilancio netto negativo tra entrate e uscite (31 dicembre 2018 – 31 dicembre 2019, n.d.r.), mentre nel 2020 sono solo 3 su 13 a vedere diminuire il proprio organico. Più nel dettaglio le 11 società censite da Assoreti nel 2019 segnavano un saldo di sistema negativo pari a 230 unità, contro le 97 unità in positivo che le medesime realtà hanno regalato nel corso del 2020 (fino al 31 maggio 2020, n.d.r.). Alla luce di questi dati verrebbe facile pensare che quanto di buono emerso nel 2020 sia frutto dell’attività di recruiting effettuata nei mesi meno intensi dal punto di vista epidemiologico (gennaio e maggio), eppure così non è: se restringiamo infatti il campo della nostra analisi al periodo che ha racchiuso l’inizio e la fine del lockdown, andando quindi a considerare le dinamiche comprese tra il 31 gennaio e il 31 aprile, il numero di società che hanno registrato una diminuzione del proprio numero di consulenti rimane il medesimo, cioè 3, mentre le 10 realtà residue hanno saputo portare nuovi professionisti nella loro squadra. La realtà che ha maggiormente spinto su questo fronte risulta essere Bnl Bnp Paribas Life Banker, con un incremento netto di 12 unità nel periodo di massima emergenza, seguita a distanza da IWBank Private Investments con 6 e Banca Generali e Azimut, terze a pari merito con 5.

Un prova di forza

Un altro spunto interessante da analizzare è il caso del gruppo Fideuram ISPB. La realtà guidata dall’amministratore delegato Tommaso Corcos aveva chiuso un 2019 in contrazione decisa sul fronte dei professionisti, passando da 5.911 a 5.767 unità: un decremento di 144 consulenti che la rendeva fanalino di coda sul piano della variazione degli organici tra le realtà censite da Assoreti. Ebbene questa tendenza sembra avere subito una netta inversione sotto l’emergenza Coronavirus, con un incremento di 4 unità tra il 31 gennaio e il 31 aprile 2020. Le reti e i professionisti dell’advisory hanno quindi offerto ancora una volta una prova di forza, l’ennesima; sarà pure un mestiere ricco di incognite e con annosi problemi in essere (primo fra tutti il ricambio generazionale), ma ora come ora essere un consulente finanziario equivale a garantirsi un posto tra i prodotti più validi del made in Italy.

Due grandi vittorie

Abbiamo visto l’exploit dei reclutamenti, ma le risposte positive alla crisi da parte del mondo dell’advisory italiano non finiscono qui. Nel pieno dell’emergenza u Due grandi vittorie Abbiamo visto l’exploit dei reclutamenti, ma le risposte positive alla crisi da parte del mondo dell’advisory italiano non finiscono qui. Nel pieno dell’emergenza Coronavirus il patrimonio del sistema ha tenuto, nonostante gli inevitabili ridimensionamenti degli attivi; a fine marzo la valorizzazione dei prodotti finanziari e dei servizi di investimento distribuiti dagli intermediari associati, tramite l’attività dei propri consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, era pari a 570,5 miliardi di euro, attestandosi sui livelli di marzo 2019 e registrando una flessione dell’8%, rispetto al mese di dicembre. Se andiamo però a confrontare questa discesa con il contestuale calo del principale indice italiano, cioè il Ftse Mib, pari nel dettaglio a quasi il 30%, ecco emergere nuovamente la solidità del settore. Laddove i dati patrimoniali non bastassero, a mostrare ancora una volta la forza degli operatori della consulenza finanziaria italiana ci sono stati i primi risultati trimestrali 2020 delle reti quotate, cioè Azimut, Banca Generali, Banca Mediolanum e FinecoBank.

Resistenza degli utili

Come riporta un report di analisi del settore a cura di Gian Luca Ferrari di Mediobanca, uscito successivamente ai positivi dati di bilancio delle società, Azimut ha mantenuto salde le previsioni per i propri utili per azione (Eps) per il periodo 2021-2022, mentre sono state corrette al ribasso (3%) quelle relative al 2020. Banca Generali ha visto crescere del 3% la propria valutazione relativa all’Eps 2020-2021, mentre per Banca Mediolanum la correzione al rialzo per il medesimo periodo è stata addirittura del 5%. Infine FinecoBank ha visto aumentare del 5% la stima per l’Eps 2020, mentre quella relativa al 2021 scende del 3%.

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