Dossier piccoli portafoglisti: la versione di IWBank

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Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti 26 Agosto 2020 | 11:51

“Ci giungono voci che l’attuale dirigenza stia puntando il dito contro quei professionisti che oggi sono sotto un minimo di portafoglio (si dice 10milioni) invitandoli ad abbandonare la professione, persone che hanno famiglia, persone che hanno regalato 20/30 anni, che sono state sempre fedeli a un marchio, a un nome e che oggi si vedono tradite nella loro stessa fedeltà”. È questo uno dei passaggi più significativi di una mail inviataci da un consulente e pubblicata su Bluerating.com, il sito web della nostra testata. Parole dirette, che denunciano quella che sarebbe una situazione spigolosa in essere presso Sanpaolo Invest, rete del gruppo Fideuram ISPB. Dal canto suo la società ha preferito non commentare queste parole, ma a questa testimonianza si sono aggiunte altre voci di nostri lettori che sembrerebbero confermare un trend in atto nel mercato italiano dell’advisory. Per questo BLUERATING ha deciso di contattare le principali realtà del settore. Abbiamo chiesto loro, unitamente a un giudizio su questa tematica, quali sono, se sussistono, gli standard minimi di consistenza di portafoglio richiesti per potere svolgere l’attività di consulente finanziario presso la loro società e se esiste davvero una soglia minima al di sotto della quale non vi è convenienza, sia per la rete, sia per il professionista, nel mantenere il mandato attivo. Allianz Bank Financial Advisors, Azimut, Banca Generali, Banca Mediolanum e Credem non si sono espresse, mentre altre realtà ci hanno raccontato la loro esperienza. Parole che evidenziano una visione eterogenea sul tema, pesata sulla struttura e sull’offerta di ciascuna rete. Ma una verità sembra emergere con forza: più che il portafoglio, il valore di un professionista risiede nella sua motivazione. La quinta puntata è dedicata alla voce di IWBank che ha risposto tramite Massimo Giacomelli (nella foto), responsabile della rete.

“La media Assoreti si aggira intorno ai 22 milioni di euro di portafoglio, non considerando alcune strutture di private che ruotano intorno a dipendenti e non a consulenti finanziari, che alzerebbero ulteriormente il portafoglio medio. Dato questo come valore medio, noi abbiamo voluto abbassare la soglia dei nostri consulenti anche a 15 milioni di euro, perché consapevoli e certi che con il nostro modello di business i cf che in altre realtà non sono riusciti a esprimere il massimo delle loro potenzialità, con noi potranno farlo. Questo è quindi per noi un portafoglio di partenza e non un portafoglio target.  Ritengo che parlare esclusivamente di numeri non sia mai una buona scelta. È semplice spiegarlo: se il cf ha iniziato questa attività da 2 o 3 anni e ha raggiunto l’obiettivo di 5 milioni di raccolta, ha un portafoglio sicuramente in crescita. È quindi corretto che mantenga il mandato per poter continuare a costruire. Se invece il cf opera da più di 10 anni e si è fermato ad un portafoglio di circa 5 milioni di euro, sarebbe il caso riflettesse sulle ragioni della mancata realizzazione degli obiettivi, e in questa analisi potrebbe essere aiutato sicuramente anche dalla mandante. È necessario andare oltre la mera valutazione dei numeri, in questo caso dello stock minimo di portafoglio. Bisogna invece conoscere a fondo la storia del professionista, capire le sue motivazioni, per passare poi all’analisi qualitativa e quantitativa delle esperienze professionali e delle competenze. Ci tengo a sottolinearlo sempre, per noi vengono prima le persone e poi i numeri”.

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