Consulenza e passaggio generazionale: il patto di famiglia

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Avatar di Redazione 21 Ottobre 2020 | 11:39

A cura di:

Tomaso de Simone: Partner, Family Office and Private Client Services, Studio Associato Consulenza legale e tributaria, KPMG

Riccardo Di Stefano: Senior Manager, Family Office and Private Client Services, Studio Associato Consulenza legale e tributaria, KPMG

Come analizzato nel primo appuntamento “È una questione di famiglia – Strumenti per gestire il passaggio generazionale della proprietà: la Family Holding” pubblicato nel numero di settembre di BLUERATING, il passaggio generazionale del timone dell’impresa di famiglia è un evento che, per caratteristiche intrinseche, risulta essere delicato per ogni imprenditore. Nel nostro Paese si registra un’alta percentuale di aziende nelle quali i ruoli direttivi sono ricoperti dai membri più anziani della famiglia che spesso corrispondono ai fondatori della stessa impresa. Da tale scenario ne consegue che già adesso e sempre più nell’arco dei prossimi 5-10 anni molte aziende vedranno passare di mano il controllo e la gestione dalle vecchie alle nuove generazioni. Per comprendere la portata del fenomeno è sufficiente portare un esempio estratto da una ricerca condotta alla fine del 2019 dall’Active Longevity Institute ed elaborata dal professor Massimo Caratelli del Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università Roma Tre: su un campione di 104.912 imprese attive nella provincia di Milano, il 43% (n. 45.255) ha almeno un esponente o manager over 60 e, distinguendo per classe dimensionale, le pmi operano mediamente da circa 26 anni. È opportuno evidenziare dunque, al pari di quanto già sottolineato nell’articolo citato, come il passaggio generazionale sia un momento di discontinuità rispetto al quale i consulenti finanziari sono destinati a imbattersi sempre più frequentemente in ragione degli  andamenti demografici e socio- economici. Individuare il “delfino”  a cui affidare il controllo dell’azienda di famiglia non è mai cosa semplice e spesso tale scelta genera tensioni familiari come pure squilibri all’interno dell’azienda stessa, motivo per il quale è necessario agire per tempo, stabilendo regole volte a garantire la governance aziendale, tutelare il core business e favorire l’equilibrio familiare. Durante questa fase l’imprenditore deve pertanto pianificare attentamente il passaggio alla nuova generazione ponendo cura nel preservare anche gli impatti fiscali che ne conseguono. Uno strumento che può risultare adatto a gestire tale processo è il Patto di Famiglia.

Introdotto nel nostro ordinamento dal 2006, consente all’imprenditore di disporre ‘in vita’ della propria azienda di famiglia o delle partecipazioni societarie di controllo evitando che le stesse ricadano in successione. Rappresenta di fatto una successione a titolo particolare anticipata che riguarda soltanto l’azienda o le partecipazioni sociali, regolata contrattualmente e con la necessaria presenza, in sede di stipulazione, dell’imprenditore (c.d. trasferente), del discendente assegnatario, del coniuge e degli altri legittimari (c.d. non assegnatari) dell’imprenditore. Il patto di famiglia è previsto come deroga ai patti successori, vietati nel nostro ordinamento in applicazione dell’articolo 458 del codice civile. In tal modo, l’imprenditore, nel ruolo di disponente, riesce ad assicurarsi che l’azienda sia gestita dal discendente da lui individuato, in possesso di competenze e capacità tali da poter garantire la continuità aziendale senza creare squilibri o shock all’impresa. Inoltre, sarebbero in ogni caso assicurati gli interessi dei soggetti legittimari, quali coniuge e figli, che, seppur non coinvolti direttamente nel passaggio di proprietà dell’azienda o delle partecipazioni societarie, prendendo parte alla stipula del patto di famiglia matureranno il diritto alla liquidazione del valore dei beni che la legge attribuirebbe loro in caso di successione legittima. Da notare, quindi, che il perfezionamento di tale liquidazione determina un effetto traslativo immediato e definitivo, non riconducibile alla successione del futuro dante causa. Da quanto premesso, risulta evidente la convenienza a ricorrere al patto di famiglia, uno strumento che può certamente essere proposto all’imprenditore con eccellenti probabilità di successo quando si può contare, in modo sinergico e integrato, sul rapporto fiduciario del consulente finanziario e sull’apporto tecnico-professionale dello specialista in consulenza patrimoniale. A seguire alcuni spunti e riflessioni su casistiche e complessità pratiche riscontrabili nell’attuazione del patto di famiglia, nelle quali la sinergia tra consulente finanziario e patrimoniale risulta fondamentale.

La liquidazione della quota

Qualora il discendete assegnatario non abbia la disponibilità economica tale da poter liquidare gli altri legittimari coinvolti nel patto di famiglia, la liquidità necessaria potrebbe essere reperita mediante il supporto finanziario di terzi. In questo caso, per esempio, l’assegnatario potrebbe costituire una società veicolo attraverso la quale otterrà un finanziamento da parte di un terzo investitore/finanziatore e, con il denaro ottenuto, la società veicolo acquisterà dall’assegnatario l’azienda o le partecipazioni ottenute per effetto del patto di famiglia; grazie al corrispettivo della cessione, l’assegnatario sarà in possesso del denaro utile a rimborsare i soggetti non assegnatari e la società veicolo rimborserà il finanziamento ottenuto da terzi per mezzo dei flussi reddituali derivanti dall’azienda di famiglia della quale detiene le partecipazioni. In alternativa, l’assegnatario potrebbe finanziarsi direttamente e personalmente dando in garanzia le partecipazioni ricevute e ripagando il debito con i dividendi ricevuti della società ottenuta per effetto del patto. Le suddette alternative, come altre, potranno essere valutate anche in ragione dei differenti effetti fiscali da esse generati in capo all’assegnatario e alle strutture societarie coinvolte.

Modifiche e revoche del patto

La sottoscrizione dei patti di famiglia, potrà essere in ogni momento oggetto di modifiche o anche di revoca. Quest’ultimo scenario potrà verificarsi se espressamente riportato nel contratto stesso, nel momento in cui uno dei soggetti coinvolti faccia pervenire agli altri una dichiarazione di recesso certificata da un notaio. Se a recedere è il disponente o l’assegnatario, il patto di famiglia è da considerarsi sciolto e per  l’effetto sarà necessaria la restituzione dell’azienda o delle quote ricevute oltre che dei relativi conguagli. Se a recedere è un soggetto legittimario non assegnatario, la dottrina prevalente ritiene che il patto resti in vita, con l’obbligo del recedente di restituire quanto ottenuto a titolo di liquidazione. Differentemente, gli stessi soggetti contraenti potranno provvedere alla modifica del contratto originario con un altro contratto.

Esenzione di imposta

Il ricorso ai patti di famiglia può risultare conveniente anche dal punto di vista fiscale. Infatti, nonostante il trasferimento dell’azienda o delle  partecipazioni ricadano nel campo di applicazione dell’imposta di successione e donazione, risulta possibile beneficiare dell’esenzione prevista dall’art. 3, comma 4-ter del D.lgs. n. 346 del 1990. Tale esenzione risulterà ottenuta se abbinata all’utilizzo dei patti di famiglia. Infatti, rispettando alcune specifiche condizioni, il trasferimento potrà avvenire in completa esenzione di imposta. In conclusione, non può non sottolinearsi come l’affiancamento dell’imprenditore da parte del consulente finanziario, in situazioni così importanti ai fini dell’equilibrio sia familiare che aziendale, generi un legame profondo di stima e fidelizzazione verso il professionista.

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