Banche, non sempre la fusione fa figo

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Avatar di Redazione 1 Dicembre 2020 | 10:22
Il governo spinge le banche ad aggregarsi per cercare economie di scala. Ma uno studio della Luiss spiega che grande non è sempre bello

In un periodo di Risiko bancario sul mercato italiano, uno studio della Luiss Business School (clicca qui per vederlo) riportato da Repubblica Affari&Finanza del 30 novembre fa vedere la questione sotto un altro punto di vista.

Da un lato, infatti, il governo italiano e l’Europa stessa spingono all’aggregazione del settore bancario, tanto che l’Esecutivo ha introdotto una norma che permette, a chi approverà un’operazione di fusione nel 2021, di trasformare fino al 2% del patrimonio target in crediti d’imposta. L’obiettivo, ovvio, è creare banche più grandi, più capitalizzate e capaci di resistere alla crisi per evitare interventi di salvataggio futuri.

La ricerca della Luiss, però, ha analizzato il legame tra la crescita dimensionale delle banche e i rendimenti per gli azionisti, riscontrando che su un campione di oltre 3.500 osservazioni di banche europee nel periodo 2010-2019, la crescita dimensionale degli istituti riduce la redditività degli azionisti. Tale relazione negativa, si legge su Affari&Finanza, viene moderata dall’adozione di specifici modelli di business e dalle capacità di gestione del credito. Nel dettaglio, è stato osservato che, a parità di altre condizioni, la crescita degli attivi e lo sfruttamento delle economie di scala per banche di minori dimensioni genera impatti positivi sul return on equity, ma superata la soglia di 50 miliardi di euro il contributo alla redditività per gli azionisti diventa negativo.

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