Consulenti, il più grande rischio del 2021

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Biagio Campo di Biagio Campo 26 Gennaio 2021 | 09:59

Ricorsi storici – La nostra conoscenza di qualsiasi evento del passato è sempre incompleta, probabilmente imprecisa, oscurata da fonti contraddittorie e storici di parte, nonché distorta dai nostri pregiudizi ovvero, come scritto da Will Durant, “la storia sorride di tutti i tentativi di forzare il suo flusso in strutture teoriche o solchi logici; essa distrugge le nostre generalizzazioni, infrange tutte le nostre regole; la storia è barocca“. Consapevoli di tali difficoltà risulta comunque possibile ricondurre l’attuale contesto di crisi economica, sociale e politica a forze mai mutate nel corso della nostra civiltà.

Naturale tendenza alla concentrazione – Per Rousseau era innaturale che governasse una maggioranza, perchè questa si può raramente organizzare per un’azione unitaria e specifica, cosa che una minoranza è in grado di fare. Se la maggioranza delle capacità è concentrata in una minoranza di uomini, il governo della minoranza è inevitabile come la concentrazione della ricchezza, sebbene periodicamente alleviata da una ridistribuzione parziale, violenta o pacifica. Lasciate gli uomini liberi e le loro naturali disuguaglianze si moltiplicheranno quasi geometricamente, al pari di quanto avvenuto in USA ed Europa durante il diciannovesimo secolo sotto il regime del laissez-faire. Per limitare la crescita della disuguaglianza la libertà dev’essere sacrificata, come in Russia dopo il 1917. Ma anche quando è repressa, l’ineguaglianza cresce. Le utopie dell’uguaglianza sono biologicamente condannate. Il meglio che il filosofo filantropo possa augurarsi è un’uguaglianza approssimativa di giustizia legale, sociale e di opportunità educative. A tali principi si è in parte ispirata l’élite statunitense all’inizio del XX secolo, in quanto ritenuti elementi essenziali per lo sviluppo di una nazione caratterizzata da un contesto legale ed economico in grado di tutelare, l’ingente ricchezza privata, da ogni forma di rivalsa sociale e politica, o addirittura esproprio, presente nelle monarchie e nelle fragili democrazie europee del tempo.

I risultati del capitalismo – John Lewis Gaddis spiega che il primo conflitto mondiale fu una guerra tra capitalisti e, proprio in quanto tale, aveva consentito la nascita del primo stato comunista. La Grande Depressione costrinse ogni singolo paese capitalista a lottare per salvare sé stesso, senza alcuna collaborazione per preservare l’economia globale o per mantenere la situazione postbellica. Il risultato fu la nascita della Germania nazista. Platone aveva intuito che l’eccesso di qualsiasi cosa provoca una reazione nella direzione contraria, pertanto la dittatura nasce dalla democrazia, e la più greve forma di tirannia e schiavitù dalla più estrema forma di libertà. La dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’apertura all’economia di mercato della Cina e di numerosi paesi emergenti ha portato il capitalismo a costituire l’unico modello presente, similmente a quanto accaduto nei decenni precedenti la prima guerra mondiale, concedendo alle élite il privilegio di indirizzare a proprio vantaggio il sistema economico (aliquote fiscali personali ridotte, tassazione aziendale facilmente eludibile, corporate governance non inclusiva dei numerosi portatori di interessi, ecc), legale (se l’antitrust USA avesse operato in coerenza con le iniziative intraprese fino agli anni ottanta Alphabet, Amazon, Apple, Facebook e Netflix sarebbero state scorporate, ecc), nonché politico dei rispettivi paesi. Ed infatti, secondo la Federal Reserve, lo stock di ricchezza detenuto dal 10% (ed in particolare dall’1%) più benestante, è aumentato fortemente a partire dagli anni novanta, raggiungendo oltre 80 dei 120 trilioni di dollari riconducibili ai residenti.

Futuro – Il rischio in assoluto più rilevante, ipotizzabile nel breve termine ma con evidenti effetti nel lungo periodo, è rappresentato dalla ridefinizione della struttura economica degli Stati Uniti, che comporterà inevitabili tensioni in ogni parte del mondo. A differenza del passato l’attuale élite statunitense non ritiene strategica la crescita né la stabilità nazionale. A fronte dell’ingente ricchezza finanziaria accumulata, facilmente trasferibile all’estero, e della provenienza dei ricavi delle proprie aziende di terziario al di fuori degli USA, sono pronti a spostare la residenza in altri luoghi, come Nuova Zelanda e Singapore, contraddistinti da una maggiore stabilità economica, sociale e da un quadro normativo in grado di tutelare pienamente patrimoni elevati. Risulta chiaro che la classe dominante statunitense non perderà l’occasione di sfruttare fino all’ultimo il peso politico, adeguatamente sostenuto dall’indiscussa capacità militare, per tutelare gli interessi personali e sviare l’opinione pubblica dai problemi interni. A differenza del 1947, quando con il Piano Marshall gli Stati Uniti, in qualità di leader internazionale, si proposero di aiutare l’Europa, riuscendo nei fatti a coinvolgere solo l’area non legata all’Unione Sovietica, il 2021 vede il mondo intero costretto a finanziarie, per l’ennesimo anno, la bolla degli asset statunitensi e soprattutto a dover supportare i ritardi tecnologici e produttivi delle imprese USA, subendo ritorsioni contrarie al libero scambio che Russia e Cina (questa il 20 gennaio ha sanzionato 28 membri della precedente amministrazione Trump, mentre il 23 gennaio ha esplicitamente autorizzato la guardia costiera a sparare contro navi straniere se si dovesse presumere anche solo una loro minima minaccia alla sicurezza nazionale) non sono più disposte a tollerare e che l’Europa difficilmente potrebbe gestire.

Covid – Il virus ha ulteriormente evidenziato le inefficienze politiche, organizzative ed economiche dell’occidente rispetto all’Asia e l’eventuale aggravarsi della situazione non potrebbe migliorare carenze di lungo corso del resto, come attribuito seppur erroneamente a Stalin, purtroppo “una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”.

Asset Class USA – Il contesto attuale è contraddistinto dalla più grande bolla della storia e dallo scontro tra Stati Uniti e Cina. Le banche centrali e l’élite stanno cercando in tutti i modi di mantenere una valutazione elevata degli asset finanziari, slegata dal cattivo andamento del settore reale. In assenza di un completo cambio nella governance e nella politica statunitense, il dollaro, e non l’azionario, l’obbligazionario o l’immobiliare USA, potrebbe subire la maggiore correzione, sebbene anche le altre asset class statunitensi, convertite nella maggioranza delle divise nazionali, verrebbero penalizzate a fronte di un calo del dollaro. I titoli governativi vedono le banche centrali come primario compratore, diretto o indiretto che sia, e gli acquisti su sovereign e corporate potrebbero estendersi ulteriormente, rilevando magari a prezzi elevati le dismissioni delle posizioni cinesi in Treasury. Al pari di quanto fatto dalla Banca Centrale del Giappone nel mercato domestico e dalla Banca Centrale della Svizzera in quello statunitense, il Tesoro e la FED potrebbero, direttamente o tramite il sistema finanziario, diventare un investitore cospicuo di equity bloccando l’eventuale discesa dei corsi. Similmente l’immobiliare, l’asset class maggiormente correlata all’economia reale, potrebbe rientrare nei piani di nazionalizzazione e non registrare un ritracciamento sui valori fondamentali. Il dollaro viene sempre meno utilizzato negli scambi commerciali e le banche centrali stanno costantemente riducendo la propria esposizione. Qualsiasi sostegno da parte di compratori interni (Tesoro, FED, banche o fund manager) a favore del dollaro sarebbe vanificato in assenza di acquirenti o comunque detentori esteri, che difficilmente sceglierebbero di schierarsi con il precedente (USA) e non con il nuovo leader mondiale (Cina), che dopo i successi ottenuti in ambito tecnologico è pronto a lanciare la sfida per raggiungere il predominio nel settore finanziario. Un’elevata inflazione faciliterebbe la gestione del debito contratto, ma il crollo del dollaro, sebbene supporterebbe in una prima fase la crescita mondiale, sancirebbe definitivamente il ridimensionamento del potere economico e politico degli Stati Uniti.

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