Consulenti e giovani, si guarda la pagliuzza e non la trave

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di Redazione 19 Aprile 2021 | 10:52

Federpromm interviene sul dibattito relativo al ricambio generazionale nel mondo della consulenza finanziaria. Ecco il comunicato sul tema.

 Il ricambio generazionale nell’ambito della consulenza finanziaria è certamente uno degli aspetti  su cui riflettere nella prospettiva  attuale e futura della professione se si pensa che meno del 2% dei consulenti è attualmente composto da giovani con meno di 30 anni e che l’età media  si attesta generalmente  oltre  i 50 anni.  

Recentemente  tali problematiche sono state sollevate da  una vasta platea di interlocutori; dalle  associazioni di tendenza  e organizzazioni di categoria che preoccupate degli scenari futuri e quindi  della perdita di una forza lavoro intellettuale per la professione svolta dal  consulente finanziario,  scalpitano per trovare soluzioni tampone al fine di mantenere  un organico  nelle reti  di collocamento che sia in grado di potenziare il loro business  e i loro affari.  Meraviglia infatti anche l’interesse dei media nel veicolare una comunicazione a senso unidirezionale  senza  mettere in rilievo i veri problemi strutturali che hanno determinato  nel tempo questa situazione.   Prospettare ipotesi  solo sul piano formativo con le università  – come spesso  il dibattito in corso ha canalizzato gli interventi da fare – o invogliare i giovani con borse di studio e minimi appannaggi  economici non fa altro che  renderli precari nel circuito delle relazioni  e della intelaiatura dei rapporti  contrattuali all’interno del sistema delle reti.

Federpromm-Uiltucs  più volte è intervenuta sul tema mettendo in evidenza le reali contraddizioni che lo stesso sistema ha messo in piedi fin dal 1991 con la legge sulle Sim con l’applicazione del modello dei contratti di agenzia, senza rendersi conto che prima o poi tale sistema sarebbe entrato in tilt. E oggi questa è l’amara constatazione: un mea culpa con la trappola dell’indifferenza .

Tuttavia pur riconoscendo l’interesse delle riflessioni proposte senza voler fare polemiche, resta il fatto che la professione di consulente presenta per un giovane momenti di difficoltà che non possono essere ignorati e primo fra tutti proprio la sua definizione a livello contrattuale: il “contratto di agenzia”. Contratto di agenzia – come detto –  porta necessariamente il consulente a  individuare possibili potenziali  sottoscrittori prevalentemente sui prodotti e servizi della casa mandante  a cui è legato dal vincolo di “monomandato”  che non permette allo stesso consulente di  prospettare al cliente una visione a tutto campo dei servizi e prodotti finanziari presenti sul mercato, anche se gli attuali obblighi normativi prevedono la best execution  per la tutela dello stesso cliente.  Inoltre quanto raccolto va a formare un pacchetto clienti la cui titolarità è della casa mandante e non del consulente che se vuole esperire un nuovo percorso  deve  iniziare nuovamente l’iter della raccolta di nuove sottoscrizioni.

Pertanto definire “lavoro imprenditoriale” la consulenza finanziaria attualmente è un po’ azzardato nonostante sia importante navigare in tale direzione e cercare soluzioni adeguate che comunque vedano una revisione del contratto di  agenzia e di conseguenza del rapporto di monomandatario. Revisione senza dubbio laboriosa che però non è risolta dalla figura del “consulente indipendente”, aggiunta ad una garanzia di reddito per i primi mesi di attività messa potenzialmente in campo soprattutto dalle reti.

Non si tratta di lavorare per alzare il numero dei consulenti quanto piuttosto dare alla professione una dignità e un riconoscimento che ne “premi la professionalità”, importante per l’economia del Paese in quanto si tratta di assistere consigliare e indirizzare al meglio il risparmio delle famiglie italiane, e l’imprenditorialità che potrà essere declinata anche come una maggiore fidelizzazione alla attività

 

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