Se la fusione fa male

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di Redazione 3 Luglio 2008 | 07:55
Non riconoscersi più nelle strategie della propria SIM e decidere di accettare una nuova sfida. Sono molteplici le motivazioni che possono spingere un manager a cambiare struttura, ma senza dubbio, queste sono tra le più nobili. Carmine Antonio Fiordellisi neo area manager per la Campania di UBI Banca Private Investment spiega ad ADVISOR perché dopo 4 anni ha deciso di lasciare Xelion Banca e rivela che la quota di 30 promotori che già lo hanno raggiunto è destinata a salire.

Cosa l’ha spinta a lasciare una struttura così competitiva per intraprendere una nuova avventura professionale?
Faccio parte di quel folto numero di professionisti che entrando in [s]ING[/s] Sviluppo SIM, gruppo poi confluito in [s]UniCredit[/s] Xelion Banca, tanti anni fa  hanno scelto di intraprendere un nuovo approccio nei confronti dei clienti, ovvero il modello consulenziale. In questi 18 anni, coerentemente con le strategie impostate dal management di queste SIM, abbiamo sempre considerato la consulenza differentemente dalla gran parte delle reti concorrenti, dove molto spesso viene confusa come un servizio accessorio per l’attività di collocamento, e abbiamo cercato di affiancare il cliente nelle scelte di investimento offrendo un servizio di pianificazione completo che si caratterizzava per la forte componente relazionale. Purtroppo la fusione Fineco-Xelion rischiava di compromettere questo percorso.

Per alcuni professionisti di Xelion questo matrimonio ha rappresentato un punto di rottura. Può spiegarci i motivi di questa criticità?
Senza dubbio [s]Fineco[/s] ha rappresentato nel panorama italiano una delle realtà più dinamiche e innovative degli ultimi anni. Il gran numero di servizi offerti, una piattaforma internet valida, la velocità delle operazioni, hanno rappresentato l’aspetto più evidente di una struttura che ha trovato grande seguito, in particolar modo nella clientela retail.
Ed è innegabile la possibilità che ha di diventare un player di dimensioni europee.
Semmai la questione riguarda l’importanza che possono avere i promotori in termini di contributo alla crescita e alla redditività di Fineco: la mia scelta implica una risposta chiaramente negativa.

Un folto numero di questi professionisti hanno già deciso di seguirla in UBI. Si attendono novità nei prossimi mesi?
Al momento circa 30 promotori, tra cui quattro manager, hanno deciso di condividere la mia scelta. Tuttavia ho elementi per poter sperare che tale quota cresca significativamente nei prossimi mesi.
E questo non solo attingendo dalla ex-Xelion, dove coordinavo circa 100 colleghi. I riscontri che ho dai colloqui con professionisti di altre realtà mi inducono a pensare che il modello UBI Banca Private possa essere, per il nostro settore, la vera storia di successo dei  prossimi anni.
Una realtà che racchiude tutti gli elementi cari a quei professionisti che hanno a cuore la qualità del servizio e un supporto esclusivo di una vera banca.

E per questo ha accettato la corte di UBI. La struttura guidata da Stefano Bazza ci ha messo molto tempo a convincerla?
Ho ponderato a lungo la proposta UBI e per certi versi l’ho cercata. Oggi posso dire di aver trovato una realtà molto valida dove ho riscoperto una dimensione professionale che temevo d’aver perso.
Il “valore aggiunto” di UBI sta in primo luogo nella qualità dei suoi dirigenti e dello staff: sin dal primo incontro ho apprezzato lo stile e la trasparenza del management.
In queste ultime settimane ho poi potuto verificare le reali potenzialità offerte dal modello organizzativo UBI Private, dove la struttura bancaria e il vero approccio multibrand consentono al promotore di accedere a un gran numero di servizi, prodotti di investimento, previdenziali e assicurativi. Senza dimenticare il discorso che riguarda i mutui e l’erogazione in genere, che si stanno rivelando un’importante leva commerciale nelle mani dei promotori.

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