Consulenti felici, alla fine è una questione di soldi

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di Nicola Ronchetti 14 Maggio 2021 | 11:32

L’importanza della retribuzione per qualsiasi professionista è determinante per due motivi. Il primo è anche il più banale: il denaro serve per vivere e per soddisfare i propri bisogni, che però nell’arco della vita evolvono di continuo. Nel 1954 lo psicologo Abraham Maslow propose un modello motivazionale dello sviluppo umano basato su una gerarchia di bisogni, disposti a piramide, in base alla quale la soddisfazione delle necessità più elementari (salute, sicurezza, casa, famiglia) è condizione necessaria per fare emergere quelli di ordine superiore (appartenenza, stima e autorealizzazione).

Piramide dei bisogni
Il secondo motivo è proprio legato alla piramide di Maslow: i bisogni fondamentali, una volta soddisfatti, tendono a non ripresentarsi, mentre i bisogni sociali e relazionali rinascono con nuovi e più ambiziosi obiettivi da raggiungere. Ne consegue che l’insoddisfazione, sia sul lavoro, sia nella vita pubblica e privata, è un fenomeno molto diffuso che può trovare una sua causa nella mancata realizzazione delle proprie potenzialità spesso rappresentate anche dal proprio stipendio/fatturato. Analizzando i dati dei monitoraggi che Finer conduce ogni anno su un campione di oltre 7mila professionisti tra consulenti finanziari, private banker e gestori bancari, emergono alcuni dati interessanti anche per inquadrare le dinamiche motivazionali. Il 30% dei consulenti finanziari è completamente sodisfatto della propria retribuzione, tra questi i consulenti finanziari top, cioè i professionisti con un portafoglio superiore ai 50 milioni, arrivano al 45%. Tra i dipendenti, le percentuali si riducono in modo significativo: tra i private banker il 19% è completamente soddisfatto della sua retribuzione mentre solo il 13% dei dipendenti bancari esprime la massima soddisfazione. Anche la soddisfazione per la retribuzione variabile tra i dipendenti non è elevatissima: 15% per i private banker e 8% per i gestori bancari.

Fisso e variabile
Tra i bancari il 44% si dichiara disponibile a rinunciare a una parte di retribuzione fissa a fronte di un aumento più che proporzionale della parte variabile. Percentuale che di fatto coincide con chi, tra i bancari, prenderebbe in considerazione l’ipotesi di diventare consulente finanziario (45%). Effettivamente la professione di consulente finanziario, se ben esercitata, può garantire maggiori soddisfazioni economiche a fronte però di un rischio imprenditoriale connesso alla rinuncia allo stipendio fisso che non tutti sono disponibili a lasciare. Il settore bancario e quello della consulenza finanziaria rappresentano quindi due opzioni possibili per ogni professionista e un’opportunità per i bancari insoddisfatti disponibili a mettersi in discussione e non solo a lamentarsi.

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