Consulenti, tutto quello che i vostri clienti non sanno sull’inflazione

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di Redazione 17 Maggio 2021 | 10:54

A cura di Maria Anna Pinturo, consulente presso Credem con la qualifica di Wealth Planner e fondatrice del blog diversamentefinanza.com. 

Photo credit Enrico De Luigi

Molti credono di sapere cosa sia l’inflazione, quindi si allarmano non appena questa si affaccia all’orizzonte. Ma non è detto che la conoscano davvero: proviamo a fare chiarezza, tenendo presente che la teoria in Finanza non basta mai per avere la certezza che l’asset scelto conti qualcosa

Sono sempre le stesse, le cose che l’investitore in realtà non sa della più acerrima nemica di questi tempi di euforia di Borsa: l’inflazione.

Ossia perché, a partire da quali eventi si verifica che, all’improvviso, si alzi.

Faccio una premessa importante. Non sto alludendo a una insana ignoranza, che riguarderebbe la clientela con cui abbiamo a che fare noi consulenti. Sto pensando in verità a quanto le definizioni, i concetti radicati siano sempre meno sufficienti per iniziare e ancora di più per rendere solida e permanente nel tempo la consulenza al cliente. Soprattutto, e qui è il paradosso, quando la concettualità (per non andare sul generale termine di mentalità), le definizioni, sembrerebbero consolidate nella mente dell’investitore, quasi fossero evidenze su cui è inutile parlare. La prima di tutte, quella ereditata dalla famiglia natia, cioè che «se si alzano i prezzi sale l’inflazione» (non dico tipica dei discorsi delle nonne ma dei padri sì). Non meno della seconda, imparata in esperienze di vario genere – personali, professionali, scolastiche ancora prima – che «se l’inflazione si alza troppo, salgono i tassi». E da qui, una vera e propria diaspora tra gli investitori, quelli che si spingerebbero a fare congetture sulla tempistica in cui questo avverrebbe e quelli che invece ne conoscerebbero solo l’impatto e lo sintetizzerebbero nella sempre più attuale emotività: se succede, tutto crolla.

Comune ai più sofisticati e ai più generalisti (senza essere classista!) sarebbe comunque e sempre l’esperienza della reazione immediata. Assolutamente istintiva. Al punto che, se davvero tutti gli investitori andassero dietro a questo genere di iniziative (conseguenti all’incedere dei tre momenti di vissuto evidenziati), il mercato finanziario crollerebbe ogni due/tre settimane, non perché si starebbero alzando i tassi, e neppure perché l’inflazione sarebbe arrivata al suo termine insuperabile su cui si fondano le elevatissime valutazioni delle banche centrali, ma solo perché tutti i clienti sentirebbero che l’unica mossa sarebbe vendere, subito e tutto, perché l’inflazione si alza quando i prezzi salgono e se i prezzi sono saliti allora i tassi saliranno e allora bisogna vendere tutto. E allora… altro che evento cigno, altro che pandemia, altro che esiti finanziari di lockdown. Il mercato sarebbe al muro. Davvero. E ripetutamente.

Attenzione. Non sto facendo previsioni e non sto inaugurando una nuova corrente di pensiero pronta a far scoppiare tutto. Piuttosto, a ben guardare, il punto è come sempre che, come nella vita, sapere la lezione non vuol dire quasi mai fare esperienza. In finanza succede assolutamente la stessa cosa. L’evento di questi giorni ne è l’esempio. Quello che fa la teoria dell’inflazione, con le definizioni, con i concetti radicati, non riesce a trasferirsi nell’esperienza che l’investitore fa del suo investimento. E siccome teoria ed esperienza fanno parte della ambivalenza inscindibile dell’espressione umana, ahimè, è come se l’investitore dovesse mettersi non una mano sul cuore ma davanti agli occhi, senza guardare da vicino quello che a giorni alterni sta accadendo da un po’, con il susseguirsi di dati economici suggerenti l’arrivo dei tassi, forzandosi di tenere fisso lo sguardo lontano per tenere fede alle promesse orientate dalle scelte del suo portafoglio. Almeno ad alcune scelte.

Entro di più nel merito. Si dice che se l’inflazione sale dipende dalla salita dei prezzi e, ragionando oltre, che questa a sua volta può dipendere da un aumento della domanda, la quale a sua volta può mettere in crisi le scorte, che a loro volta possono determinare un aumento dei prezzi a motivo dell’insufficienza dell’offerta ecc. Questa catena del pensiero la si accetta da anni, per esempio, sul petrolio, tutti appesi alle decisioni dell’Opec e ai dati americani sugli stock. Addirittura il cliente sarebbe così abituato a sentire le decisioni dei fautori del prezzo più famosi, che quasi non farebbe caso al fatto che il prezzo ne dipenda pedissequamente e che quindi esso determini in qualche modo (e tanto!) l’inflazione. Ma questo del petrolio è un mercato troppo selettivo, non appartiene a tutti. Chi investe sul petrolio è ancora qualcuno, rispetto ai tutti. Quello che invece appartiene, soprattutto dall’anno scorso, quasi a tutti gli investitori è l’aver creduto e quindi ceduto al fascino irresistibile dei favolosi temi di investimento, in primis i Consumi, i Servizi e le già nominate e indagate speciali Materie prime. Non meno che, spinti dal riaprirsi di certe situazioni che si erano ahimè dimenticate, il Turismo e i Trasporti. L’aver insomma ripensato al ciclo come qualcosa che poteva riaccadere da un momento all’altro. E allora, certo che investire in questi temi avrebbe potuto fare davvero la differenza! Benissimo. Perfetto. Sto, come si dice a carte.

Peccato che il passaggio mentale si è fermato proprio lì, e non alle sue coerenti e da un certo punto di vista accettabili conseguenze, che di questi tempi vengono invece guardate come la causa della decisione di interrompere quel fidanzamento tanto corteggiato dal consulente (che di fatto non solo dall’anno scorso esortava il suo cliente a innamorarsi di quei temi!) con quei temi, per non dire del rischio di un divorzio definitivo di questi temi dall’asset allocation del portafoglio. Così succede che, benché sia chiaro, a livello concettuale, che proprio quel fidanzamento dovrebbe durare ancora, che se i consumi aumentano, la domanda aumenta, i prezzi non possono che aumentare, e bene così, soprattutto a causa e grazie alle inefficienti forniture, perché alle copiose non si era più abituati e allora le aziende avevano smesso di spendere per produrre, se questo è ripreso all’improvviso non si può pensare che non ne risenta una sorta di crisi dell’offerta, e allora che da questo possa nascere un inerpicarsi dei prezzi è ovvio e scontato.

Insomma succede che, benché a livello teorico sia tutto scandito e definito in ordine di causa effetto, l’investitore non conosca, o meglio stenti a ricordare la vera genealogia dell’inflazione, il suo fisiologico manifestarsi come esito. E così, quando arriva la notizia che quegli stessi temi in cui lui ha voluto credere, fanno esplodere, proprio nel loro esuberante esserci, il potenziale esito nel dato economico scritto e pubblicato dell’inflazione, di quell’aumento inatteso in aprile (inflazione-balzo-transitorio), l’investitore assurdamente decide di rinunciarvi e chiede di abbandonare la corsa. Per quanto la vittoria sia ancora lontana.

Come sapete prendo spunto sempre dai miei clienti, che rimangono al tempo stesso la mia grande sfida e il mio più valido mentore. Lo scorso 13 maggio, in sede di confronto, uno di loro, che appartiene alla categoria degli imprenditori (ossia coloro che concettualmente sarebbero da considerare i più addentro la catena di approvvigionamento e dei prezzi), guardando la caduta dei mercati susseguitasi per tre giorni mi intimava di vendere tutto. Mi permettevo allora di fermarlo un attimo, segnalandogli la breve sintesi colta da Money.it citata sopra. Legga qui, gli dico a un certo punto. E si fermi un attimo a pensare a tutto quello che ci siamo detti (avevo ripreso insieme a lui proprio quella concettualità, quelle premesse teoriche che ci avevano portato a scegliere alcuni precisi temi nel portafoglio):

Innanzitutto, occorre sottolineare la congestione della catena di approvvigionamento, che ha spinto verso i record i prezzi alla produzione e le materie prime.

Poi, negli USA si sta concretizzando un vero e proprio boom della spesa pubblica con stimoli fiscali e monetari a spingere verso l’alto i prezzi. ….

Inoltre, un’economia in forte ripresa ha spinto i prezzi dei biglietti aerei (in aumento del 10,2% ad aprile), degli hotel (in aumento dell′8,8%) e delle auto usate (in aumento del 10%).

Gli analisti fanno notare che i beni che guidano l’inflazione su periodi più lunghi, come alloggi e servizi, hanno mostrato aumenti coerenti. I costi degli alloggi sono cresciuti sostanzialmente dello 0,4% ad aprile, mentre i servizi, esclusa l’energia, sono incrementati dello 0,5%.

Lei, gli dico, mi scrive venda! Viene giù tutto!… Ma cosa? gli chiedo. Quali temi vuole vendere? Perché?  Sta parlando del tecnologico che le ho già consigliato di vendere io stessa (complice una valutazione oggettiva dell’ardito guadagno dall’anno scorso difficile da non guardare)?

Incalza: no, tutti gli asset in guadagno, lasci solo le materie prime perché quelle sono nel trend.

Interessante. Sapete quali erano i temi che il cliente mi chiedeva di vendere? Consumi, servizi, salute, clima. Come dicesse: siamo arrivati, trend finiti! Mi scusi, gli chiedo, perché se il rialzo dell’inflazione è proprio l’esito dell’origine di quei guadagni che vuole realizzare? Tiene le materie prime ritenendole a trend e non i consumi, i servizi e soprattutto il clima!

Sintesi di quanto la teoria possa convincere, ma altrettanto di come l’esperienza offra costantemente spunti per il difetto, per l’inadempienza (del portafoglio), per l’incoerenza con la realtà.

È vero, la sfida dell’inflazione è molto forte, rappresenta una vera a propria prova di fermezza per l’investitore, innanzitutto perché è a corrente alternata e necessita sempre che ci siano le quattro parole da colomba della Federal Reserve per ritornare a far tacere le reazioni (forse in questo caso, le parole del governatore Christopher Waller, che avrebbe confermato che i tassi non aumenteranno fino a quando i politici non vedranno l’inflazione sopra l’obiettivo per un lungo periodo), poi però soprattutto quello che consolida, o almeno sta facendo prove di consolidamento della reazione da parte dell’investitore, è che non si conosce il termine di questa altalena, tra rialzi esasperati e ribassi inattesi (come quelli dei tre giorni interrottisi con ieri, finalmente). E non c’è evento per l’investitore più disadattante, nel vero senso della parola, che il non vedere la scadenza, la fine di un processo per valutarne gli accadimenti reali. Lo vive nel suo piccolo nella preferenza che da sempre (guarda caso!) ha per asset che riportano la scadenza chiaramente scritta (come le sempre amate obbligazioni con scadenza certa!); difficile dunque che proprio questa esperienza del non vedere la fine-scadenza non si ripresenti in misura esponenzialmente superiore rispetto a eventi che, invece, hanno tutto l’aspetto di essere in-definibili.

Alla prossima occasione (di inflazione)!

 

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