Unicredit, primo comitato Esg nel board in Italia. L’intervista a Roberta Marracino

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di Antonio Potenza 16 Giugno 2021 | 09:00

L’attenzione verso i criteri ESG è solo un claim? Il dubbio è lecito, ma c’è chi cerca di fugarlo. Tra tutti spicca Unicredit. La banca di Piazza Gae Aulenti è l’unica tra le italiane e tra le poche a livello europeo ad aver istituito un Comitato Esg nel board. Non solo: dotandosi di un Esg Strategy Committee manageriale, che coordina e supervisiona le iniziative in ambito ESG, Unicredit dimostra che per il gruppo si tratta di una questione seria. A punto tale che l’idea del Comitato non arriva a seguito di un trend verde, ma piuttosto come risultato di un piano ben strutturato che risale al 2019, anno in cui il gruppo ha dichiarato i propri intenti e obiettivi da raggiungere entro il 2023.

Roberta Marracino ha iniziato la sua carriera nel 1994 in McKinsey &Company, dove ha trascorso 16 anni. Nel 2014 entra a far parte di SACE e nel 2018 di Zurich Insurance plc. con l’incarico di Head of Business Innovation & Market Management per l’Italia. Tre anni dopo diventa Consigliere di Amministrazione di BPER Banca, nonché membro del Comitato Remunerazioni e del Comitato Nomine. Fino al 1 luglio 2020, quando per Unicredit è nominata Head of Group ESG Strategy & Impact Banking.

Dottoressa Marracino, com’è nata, quindi, l’idea del Comitato?

Il Comitato ESG è un comitato consiliare creato lo scorso 15 aprile all’interno del nuovo board, con un ruolo di indirizzo, di governance e di definizione dei livelli di ambizione delle tematiche ESG. È importante sottolineare che Unicredit è l’unica banca italiana ad averlo istitutito e una delle pochissime banche europee.
L’Esg Strategy committee manageriale definisce la strategia di sostenibilità, il piano e l’agenda operativa.
Mi preme dire che il connubio tra Unicredit e la sostenibilità è cominciato già anni fa, con la definizione a dicembre 2019 di target e obiettivi ESG ben precisi. Questi temi erano emergenti e avevano l’attenzione degli investitori, della comunità esterna e dei regulator e per questo si era già cominciato a definire una serie di iniziative di importanza rilevante che potesse mettere a fuoco l’impegno della banca per quanto riguarda l’ambiente (E), la parte social (S) e di governance (G). Come ESG Management, abbiamo quindi applicato prima di tutto una consapevolezza del ruolo che abbiamo in quanto soggetto finanziatore. In quanto banca, possiamo contribuire sicuramente ad accelerare la transizione verso un nuovo modello di business, influenzando i nostri clienti nell’adozione di un approccio sostenibile, indirizzando i nostri flussi di finanziamento verso settori più verdi e clienti più virtuosi e ricoprendo un ruolo di soggetto indiretto dal punto di vista delle ricadute delle nostre azioni sull’economia. Avendo in mente questo, abbiamo definito la nostra strategia Esg tenendo presente prima di tutto l’importanza strategica del tema: in UniCredit i fattori ESG sono totalmente integrati in tutte le aree e le funzioni della banca, quindi nel business, nei rischi, nei crediti, nelle operations, ecc. Questo fa capire che le tematiche ESG non sono più considerate “soft” ma tecniche.

Come è composta questa struttura e quali sono i suoi obiettivi?

Ci siamo confrontati con il mercato, dati un livello di ambizione e cominciato a lavorare su alcuni blocchi. Prima di tutto sulla governance, con un presidio del tema a livello di board e di management, in modo da guidare trasversalmente la trasformazione. La funzione ESG Strategy e Impact Banking coordina e monitora tutto il piano. Ma sono i 40 colleghi che agiscono come punti di riferimento ESG in tutte le funzioni e in tutte le geografie a tradurre in azione l’agenda Esg, insieme a oltre 300 tecnici, advisors e commerciali. All’interno della governance c’è poi un altro fattore, ovvero i meccanismi di incentivazione. Credo che si riesca a trasformare dei modelli di business e a ri-orientare l’organizzazione nel momento in cui ci sono dei meccanismi incentivanti. Già dal 2019 avevamo una parte del Long Term Incentive Plan del nostro Top Management, per la precisione il 10%, legato a fattori ESG. Da quest’anno l’abbiamo inserito nel Bonus Variabile Annuale. E questo non è secondario.
In secondo luogo abbiamo lavorato sulla strategia, che si articola in: strategia di business, relativa alla nostra offerta di prodotto retail, corporate, investment banking, asset management; strategia nei confronti delle nostre persone, quindi quello che facciamo nei confronti dei nostri colleghi, tra cui people development e diversity and inclusion; la strategia dal punto di vista delle operations, cioè quanto Unicredit, ad esempio, riduce le emissioni dirette di CO2 o quanto stiamo riducendo l’utilizzo della plastica. Un altro grande blocco è quello dei rischi e dei crediti: come facciamo ad indirizzare la transizione di alcuni settori da brown a green? Come facciamo ad includere nelle nostre valutazioni creditizie dei clienti, anche piccole e medie imprese, la componente ESG? L’ultimo ambito si riferisce alle metriche di misurazione. Monitoriamo costantemente gli obiettivi che ci siamo dati, diamo disclosure dei risultati confrontandoci con altri istituti europei e stiamo prendendo ulteriori impegni nell’accelerare in questa direzione. Questo quadro generale significa avere in campo tante persone che insieme portano avanti i singoli cantieri.

Questa struttura è del tutto in linea con l’immagine internazionale che Unicredit vuole avere. La ricerca di Prometeia, in collaborazione con Ipsos, dimostra come le banche italiane nell’ambito dell’industria ESG siano da una parte nettamente più avanti degli Stati Uniti – che risentono della legislatura di Trump – dall’altra all’ultimo posto nell’ambito europeo. Secondo lei, come mai in Italia arranchiamo ancora su queste tematiche?

Confermo quello che dice: effettivamente l’Europa sta guidando l’agenda mondiale ESG. Certamente alcuni paesi, soprattutto quelli nordici, hanno una sensibilità storica maggiore sui temi ESG, in particolare su quello ambientale. Nel nostro paese questa sensibilità è meno sviluppata anche perchè non registriamo una produzione di energia elettrica da fonti fossili rilevante, come in Germania, ad esempio. In Italia la produzione di energia elettrica da carbone credo si aggiri intorno al 3% della produzione nazionale. Se guardiamo però alle tematiche sociali, quindi la S della sigla, l’Italia è stata sempre più attenta rispetto ad altri paesi europei. Quindi per quanto riguarda la finanza a impatto sociale, in Italia riusciamo a fare molto di più proprio perché intercettiamo un bisogno che c’è ed è diffuso.

Infatti, sembra chiaro che Unicredit voglia avvicinarsi molto all’agenda Europea. Ma secondo il report Banking on Climate Chaos 2021, realizzato da BankTrack e Oil Change International, l’investimento nel fossile è cresciuto rispetto al 2019. La transizione green è un trend o un cambiamento arrivato per restare?

Questo non è un trend. Quello che stiamo vedendo in questo momento è un’accelerazione fortissima rispetto ad alcuni segnali che avevamo già registrato in passato. Le faccio un esempio: il mercato degli ESG Bonds e Loans a livello europeo, nel primo trimestre di quest’anno, rispetto al primo trimestre dell’anno scorso, è cresciuto del 300%. Questo le fa capire il livello di accelerazione, ma sarà così anche negli anni a venire perché si sono mosse una serie di forze che difficilmente tra tre anni torneranno indietro. L’Europa per esempio ha licenziato un Recovery Plan di 750 miliardi. Oltre a questo c’è lo European Green Deal e quindi la somma  dei due totalizza circa 1,1 trilioni di euro. Ma solo guardando al Recovery Plan, il 37% è composto da investimenti a impatto ambientale (E). L’11% è dedicato alla digitalizzazione. Tutto il resto è composto da investimenti ad impatto sociale. L’Europa si sta muovendo anche per definire la tassonomia europea, quell’insieme di regole che differenziano cosa è brown e cosa è green. E anche la ECB, il regolatore Europeo per le banche, comincerà a regolare gli incentivi o i disincentivi nel finanziare determinati tipi di settore. Tutto questo è un processo che può avere una e una sola direzione. Su questo non ci sono dubbi.

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