Consulenti: Malika e le spese folli della generazione Z

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di Redazione 5 Luglio 2021 | 10:13
L’attenzione della consulenza finanziaria oggi più che mai deve essere rivolta alla generazione che segue i MIllennials. Ragazzi che vivono sui social, amano il rischio puro e si fanno poche domande sul futuro…che ne sarà di loro?

A cura di Maria Anna Pinturo, consulente presso Credem con la qualifica di Wealth Planner e fondatrice del blog diversamentefinanza.com. 

«Amore mio buttati!»: un invito esagerato, estremo, come estremo sembra essere il multiforme manifestarsi dell’essere giovani oggi. Lontanissimi dalla rappresentazione alla Totò Peppino e i giovani d’oggi (pellicola dei remoti anni ’60) e lontanissimi dalla più recente “fase” dell’essere giovani della mia generazione. Un tempo si viveva infatti di quello che si poteva veramente fare nelle possibilità economiche che la famiglia offriva, per il resto ci si arrangiava, per così dire, con i così detti lavoretti che consentivano di permettersi qualche piccola follia alla moda di quei tempi. Non sto parlando di Matusalemme: la mia generazione è quella degli anni 70′, ma è davvero diversa, diversa da una classe nuova, veramente nuova di giovani, quelli che oggi si identificano con la generazione Z, i nati tra il 1991 e il 2001, a seconda del livello di sviluppo tecnologico nei vari paesi. Si potrebbe dire i nati con il cellulare in mano.

Iconica a tal proposito la vicenda molto commentata di Malika Chalhy, 22enne che avrebbe “sperperato” un patrimonio in spese da lei ritenute necessarie, ma reputate dal pubblico piuttosto discutibili come risposta a un bisogno reale: una Mercedes e un favoloso Bulldog, costato la bellezza di 2500 euro. Il venditore si è espresso così: «Ha preso il più caro». E qui è il punto. Non metto qui a tema la questione morale al fondo della vicenda, che vede un’esponente della generazione Z aiutata a «farsi una vita»  – dopo essere stata cacciata di casa dalla famiglia per aver ammesso la non-colpa di essere lesbica – con una raccolta fondi coinvolgente un pubblico davvero indistinto e commosso, e che ahimè avrebbe dedicato le risorse raccolte a “bisogni” non del tutto accettabili dalla comunità social. Piuttosto qui mi soffermo sul fatto che nella scelta del cane abbia voluto il più caro, salvo poi cercare di celare la sua azione evitando che il venditore si mettesse in contatto con il veterinario per curare il cucciolo, quasi volendone cancellare l’esistenza. Giusto per non essere visibile, social, pubblica, per aver compiuto quel gesto, ma solo per la distinzione che grazie a esso era riuscita a guadagnarsi agli occhi di tutti, lei la fortunata proprietaria di quel cane di razza pregiata.

Dunque il punto di questi giovani si cela proprio qui, tra il «buttati amore mio!» del famoso film di Veronesi, i cui protagonisti sono due Zetaiani (li chiamiamo così coniando una nuova classe…?) e l’acquisto sconsiderato eppure altamente distintivo della famosa Malika. Gesti vissuti che hanno un carattere social da un lato, e dall’altro cercano di celarsi in circostanze straordinarie. Al fondo di entrambe queste esperienze un tratto comune: il rischio senza premio, il rischio puro.

E qui finalmente torniamo al mio ambito, la consulenza finanziaria. Da tempo mi confronto con questa classe d’età, e da tempo noto una caratteristica piuttosto uniforme, a meno di incontrare i giovanotti in presenza dei genitori: capita ancora frequentemente, sebbene io cerchi di suggerire alla famiglia di responsabilizzare il figlioletto lasciandolo libero di esprimere le sue preferenze, salvo poi comprendere e assecondare il desiderio di quegli stessi genitori che io possa essere una sorta di tutrice della loro prole, mettendomi in guardia dal non farmi prendere dalle loro emozioni e di assecondare piuttosto la mia parte razionale, da trasmettere il più possibile al giovane interlocutore.

Ebbene, i protagonisti della generazione Z cosa chiedono in consulenza? Per lo più niente. Non hanno domande particolari, a meno che non vedano o siano provocati da qualcosa che sia per loro stimolante. Mi vedono insomma come la fonte di una elargizione ulteriore di adrenalina. Ovviamente mi riferisco a quanti non abbiano già figli (capita infatti che nella generazione Z vi siano già padri di più figli, mossi un po’ troppo in fretta verso l’età delle delle decisioni definitive). Chiedono e vedono, comprendono e ascoltano tutto ciò che rappresenta il concetto di rischio. Punto e basta. Ora, in consulenza finanziaria quando si parla di un asset rischioso si sottolinea di solito che ne vale la pena se c’è un premio, il premio al rischio appunto. È un concetto imprenditoriale, radicato nel Dna di chi costruisce le aziende e mette il capitale, ma è tipico anche dell’investitore formato, evoluto. Che sa, appunto, cosa vuol dire rischiare. Nel caso invece di questa nuova generazione si nota una straordinaria affinità, un’eccezionale sintonia con gli asset (non chiamiamoli ora investimenti, che richiedono una consapevolezza di cui non stiamo parlando in questo caso) che presentano il rischio puro, qualcosa di molto simile al «buttati amore mio!» senza che essi stessi si chiedano al contempo o vogliano sapere assolutamente che ne sarà di noi (il titolo del film da cui ho preso la scena) facendo quella scelta.

Ecco perché noi consulenti siamo costretti a riconoscere, di fronte a questa generazione, una vera e propria sfida molto più elevata di quella rappresentata dai Millennials: trattandosi di instancabili collegati agli smartphone, l’attrattiva da cui partire sarà quella da loro stessi riscontrata per le piattaforme magicamente in grado di creare risultati senza sapere dall’inizio. Il premio al rischio che si corre. Cosa manca? Manca la connessione con la possibilità che si perda qualcosa. Perché il rischio piace, punto. Come quel tuffo, come quel bulldog…

Ecco perché risulta necessario partire un po’ più disarmati di fronte a questa generazione, assumendo come punto di partenza che i presupposti tradizionali del portafoglio siano meno tollerabili al confronto con un’abbondante boccata di spunti e idee che possano mettere codesti nuovi interlocutori nella condizione di vivere qualcosa di molto simile al non sapere che ne sarà. Pur all’interno di una trama di consapevolezza da costruire insieme a loro, nel tempo, che li possa condurre a vedere cosa potrà accadere a fronte di quelle decisioni anche ipotizzate, istintivamente abbozzate in una prima scelta di investimento. Perché altrimenti, chiediamoci, se Malika avesse incontrato un consulente finanziario pur preparato ma tradizionalmente abituato a fare asset allocation (come siamo tutti!), cosa le avrebbe consigliato? Sicuramente di non buttare via i soldi ricevuti, di investirli a medio lungo termine per avere un reddito etc…. E lei, Malika, cosa avrebbe fatto? Esattamente quello che poi ha fatto, non sapendo che ne sarebbe stato di lei a livello social oltre che nella vita,  preferendo quindi la scelta del rischio puro e semplice, quella stessa che la porterà alla fine a non avere di che vivere per il suo mantenimento. In fondo non è proprio questa la vera preoccupazione dei grandi imprenditori al tempo stesso titolari di grandi patrimoni? Non lasciare al caso, ai “dadi”, al rischio puro, le ingenti sostanze accumulate nel tempo pensando al dopo di loro, a quei figli che appartenenti spesso a questa generazione Z potrebbero non essere in grado di pensare con consapevolezza al che ne sarà di loro. E per questa preoccupazione, latente o manifesta, è sufficiente come risposta da parte di noi consulenti patrimoniali (non solo finanziari) l’offerta di esigentissime pianificazioni successorie, anticipatorie delle criticità eventuali che potrebbero manifestarsi qualora chi dovesse trovarsi, ancora acerbo, di fronte alla responsabilità di ricevere risorse, non saprebbe mai gestirle? Tutto questo è corretto, doveroso, necessario, da fare insomma. Tuttavia censura, nasconde e rimanda un tema che rimane aperto per la consulenza finanziaria che deve prepararsi sempre di più a parlare con questa nuova generazione. Si parla spesso di educazione finanziaria, se ne parla però troppo spesso in riferimento a chi è già nelle condizioni di parlare delle proprie risorse con cognizione di causa. Forse invece ci dovremmo occupare di più di parlare con loro, con i nati della generazione Z. A meno di continuare ad “escludere”, quasi fossero incapaci, proprio quelli che a breve potrebbero essere i protagonisti nella gestione dei patrimoni, dato che oggi rappresentano un terzo della popolazione mondiale.

 

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