Consulenti e Fintech, meglio alleati che nemici

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di Nicola Ronchetti 20 Agosto 2021 | 09:56
Perché le aziende tecnologiche devono diventare partner delle banche-reti e non sfidarle

L’articolo è uscito sul numero di BLUERATING di agosto

Fintech è l’abbreviazione dell’espressione inglese Financial Technologies e riguarda l’innovazione del sistema bancario e finanziario che usa la tecnologia per rendere il sistema stesso più efficiente. Il Fintech si articola in una vasta gamma di soluzioni tecnologiche applicate alla finanza: servizi bancari e assicurativi, peer-to-peer lending, robo advisor. Fintech è una parola che sembra evocare il futuro, in verità è una definizione che calza a molte società in particolare ad alcune delle reti dei consulenti finanziari. Pensiamo per esempio a Fineco che viene considerata dal mercato come una vera e propria Fintech. Come e forse più di altre reti poggia il suo successo su due pilastri: il fattore umano rappresentato dal consulente finanziario unito all’innovazione digitale al servizio sia dei clienti che degli stessi professionisti. All’insegna del Fintech nascono anche le joint venture delle reti, una su tutte: la partnership tra Banca Generali e il gruppo Saxo, una Fintech danese con sede a Copenaghen e operativa in tutto il mondo. Degna di nota è anche Flowe la società lanciata da Banca Mediolanum nel 2020: una una Fintech che offre una app gratuita, pensata per clienti giovani, anche all’estero, a partire da Spagna e Germania.

Strada tracciata

La strada è quella tracciata dalle Fintech europee come la tedesca N26 o la britannica Revolut si parte da un conto di pagamento e servizi wallet a cui, progressivamente, agganciare ulteriori servizi finanziari. Il progressivo cambio di paradigma nella fruizione dei servizi finanziari, dalla modalità fisica (interazione face-to-face in filiale) a una virtuale (tramite app, mobile o piattaforme digitali interattive) fa sì che il Fintech rappresenti di fatto anche il settore ritenuto più promettente e interessante per investire. L’innovazione in ambito finanziario sembra conquistare sempre più la fiducia degli italiani: a fronte del 57% che si rivolge prima alla banca o alla compagnia assicurativa tradizionale, si contrappone un tasso di adozione delle soluzioni Fintech cresciuto del 69% nel 2020, complice ovviamente anche la pandemia. Anche il numero delle Fintech in Italia registra una crescita esponenziale: nel 2011 se ne contavano 10, nel 2015 cresciute a 200. Nel 2020 se ne contano 345. L’Italia non brilla però ancora per capacità di attrarre investimenti con il suo misero 4% dei capitali totali investiti in Fintech in Europa, contro il 55% del Regno Unito e il 23% della Germania. Nell’ambito dei cosiddetti investimenti illiquidi nel private equity lo spazio di crescita è enorme come pure l’opportunità di fare attività di scouting e da incubatore.

Milano all’avanguardia

Anche in questo le reti e le banche più attive non si lasciano sfuggire l’occasione di fare accordi con le migliori Fintech nostrane, come è il caso di Credimi, la creatura di Ignazio Rocco di Torrepadula, Banca Generali e Banca Sella, decisamente all’avanguardia con il suo Fintech District di Milano. È capitato che qualche Fintech abbia cercato più o meno consapevolmente di contrapporsi alla figura del consulente finanziario.

Più precisamente fece molto scalpore una pubblicità di Moneyfarm che dileggiava i consulenti finanziari invitando i clienti a fare da sé. I numeri del mercato, a volte impietosi, ci dicono che forse è meglio allearsi con le reti e le banche piuttosto che cercare di sfidarle in modo maldestro.

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