Banche reti e perfomance fee, aspettando la stretta

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di Gianluigi Raimondi 26 Agosto 2021 | 11:25
Potete trovare l'articolo anche sul numero cartaceo di agosto di Bluerating

Da sempre le cosiddette performance fee (ovvero le commissioni di incentivo per dirla all’italiana) dei fondi comuni rappresentano un più che prezioso serbatoio di ricavi per le società di gestione attive nel nostro Paese.

Tanto che lo scorso anno, nonostante la crisi innescata dalla pandemia globale, le somme trattenute dalle società di gestione in base esclusivamente ai risultati conseguiti dai fondi hanno complessivamente fruttato ai primi dieci player nazionali dell’asset management circa un miliardo di euro di ricavi.

I paletti dell’authority

Ora però, come ormai preannunciato da tempo, sono in arrivo le nuove regole dell’Esma, l’authority europea che vigila sui mercati finanziari del Vecchio Continente, che dovranno essere recepite dai diversi paesi dell’Unione.
In particolare l’Esma ha di recente fissato una serie di paletti un po’ più rigidi rispetto al passato in relazione all’applicazione delle performance fee: tra le novità previste, su tutte, c’è l’addebito delle commissioni di performance (per la maggior parte dei fondi) solamente una volta all’anno e non con una frequenza maggiore, come poteva finora accadere. Una norma che, almeno sulla carta, ha l’obiettivo di impedire ad alcune case di gestione di incassare ingenti commissioni nell’arco di un trimestre, con criteri alquanto discutibili, anche se poi nei trimestri successivi i rendimenti dei loro fondi risultano essere negativi. Ma c’è di più: le “fee saranno prelevabili solo nel caso in cui il fondo abbia maturato una performance positiva durante un periodo di riferimento di almeno cinque anni”.

Ciò significa che ogni perdita maturata in precedenza dovrà essere recuperata prima che la casa di gestione possa addebitare la propria commissione. Una commissione di performance dovrebbe inoltre, secondo i nuovi dettami dell’authority europea, essere esigibile solo nei casi in cui siano state maturate performance positivedurante il periodo di riferimento relativo al calcolo della performance. E qualsiasi sottoperformance o perdita subita in precedenza durante il periodo di riferimento della performance dovrebbe essere recuperata prima che
la commissione di performance diventi esigibile.

L’Esma specifica comunque che, al fine di evitare un disallineamento tra gli interessi del gestore del fondo equelli degli investitori, una commissione di performance potrebbe essere esigibile anche nel caso in cui il fondo abbia registrato una performance negativa ma comunque superiore a quella del parametro di riferimento, il cosiddetto benchmark. Dev’essere rispettata però una condizione: che venga messo ben in evidenza un avvertimento destinato all’investitore.

Allineati o pronti a farlo

Più nel dettaglio, per quanto riguarda le singole società di gestione, da sempre FinecoBank, tramite la sua controllata irlandese Fineco Asset Management, non applica questo tipo di commissioni. Da Banca Generali hanno fatto sapere che attualmente le commissioni sono state sostanzialmente allineate alla nuova normativa. “Per quanto riguarda il gruppo Mediolanum”, ha affermato Edoardo Fontana Rava, direttore sviluppo prodotti e modello di business di Banca Mediolanum, “i fondi gestiti dalle sgr del gruppo sono già in linea con gli orientamenti Esma per il 90% circa delle masse in gestione.

La nostra sgr irlandese, che rappresenta l’85% delle masse in gestione, è infatti fully compliant già dal 1°gennaio 2019. Per la nostra sgr italiana, siamo invece in attesa del completo recepimento della normativa da parte dell’autorità nazionale preposta, sebbene già oggi una parte dell’offerta non sia distante dagli orientamenti Esma”.

Premiati a Piazza Affari

“A nostra conoscenza al momento nessuno è pronto dal momento che le linee guida Esma devono ancora essere interamente recepite dagli Stati”, hanno invece fatto sapere da Azimut.
Nel frattempo, in questo scenario e quindi nonostante questa problematica delle performance fee, Azimut Holding, Banca Generali, Banca Mediolanum e FinecoBank hanno in media messo a segno sul listino di Piazza Affari negli ultimi sei mesi rialzi a due cifre. E, se calcolato a un anno, il rialzo di questi titoli arriva a sfiorare il 30%-40%. Dal punto di vista dei fondamentali, inoltre, in termini
di rendimento del dividendo, in media i suddetti titoli vantano un dividend yield di oltre il 7%. Lo scorso anno sulle commissioni di performance si era aperto un dibattito tra alcuni importanti professionisti del settore che hanno scelto Bluerating.com, il sito web della nostra testata, per dire la loro.

Prima ha iniziato Fineco AM, la casa di gestione che fa capo al gruppo bancario FinecoBank. In una conferenza con i giornalisti, l’amministratore delegato della società, Fabio Melisso, ha annunciato nel 2020 la creazione di un bollino di qualità per i propri fondi, a indicare l’assenza di performance fee. Queste commissioni si basano infatti su un modello di pricing che Fineco AM non ha applicato, facendo riferimento anche al concetto di sostenibilità. In altre parole, la società di gestione guidata da Melisso ritiene che essere sostenibili, per una casa di asset management, significhi anche rinunciare ad applicare ai clienti voci di costo ingiustificate, proprio come le performance fee.

Posizione diversa

A stretto giro, pochi giorni dopo, è intervenuto sull’argomento Santo Borsellino, vice presidente di Assogestioni, chairman of the Board di Generali Insurance Asset Management e anche membro del direttivo di Efama, l’associazione europea del risparmio gestito.

“L’idea di legare il concetto di sostenibilità della nostra industria alla cancellazione delle performance fee mi sembra mal posta”, ha dichiarato Borsellino sulle pagine web di Bluerating.com. Il top manager di Generali ha fatto notare che “da diversi mesi, a livello europeo, il regulator Esma e varie associazioni di categoria del risparmio gestito come Assogestioni ed Efama si sono interrogate sul tema delle performance fee. “Esma”, ha aggiunto Borsellino, “ne ha riconfermato la validità, auspicando un’armonizzazione della regolamentazione nei singoli mercati”. Generali è stata attiva nel dibattito, intervenendo direttamente alla consultazione di Esma e indirettamente attraverso la sua partecipazione in Assogestioni e in Efama.

Nell’interesse del cliente

“Il nostro obiettivo”, ha detto ancora Borsellino, “è ribadire che le performance fee, se adeguatamente strutturate e normate, sono il miglior strumento per allineare l’interesse del cliente finale a quello del gestore. Il tema”, secondo Borsellino, “è complesso ma possiamo provare a sintetizzarlo come segue: diversi studi accademici dimostrano che la maggioranza dei gestori attivi non riesce a sovraperformare i propri benchmark al netto delle fee. Dopo 25 anni di esperienza sul mercato sono convinto che la ragione sia da cercare nel legame fra volumi e sistemi degli incentivi”.
Il manager di Generali ha sottolineato che i gestori attivi (e vi sono abbondanti studi a supporto) “performano
meno all’aumentare delle masse che gestiscono”. Ma la struttura di incentivi dell’industria dell’asset management
è spesso molto legata ai volumi gestiti. “Quello che voglio dire”, ha aggiunto Borsellino “è che di fatto gli asset manager sono in media più incentivati a gestire una quantità maggiore di patrimonio che non a performare bene.

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