Banche-reti e performance fee, le accuse di un consulente autonomo

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di Redazione 31 Agosto 2021 | 09:57
Un advisor che lavora come autonomo ha scritto a Bluerating.com in merito all’articolo sulle commissioni di performance pubblicato nei giorni scorsi. Ecco cosa dice.

Da sempre le cosiddette performance fee dei fondi comuni rappresentano un più che prezioso serbatoio di ricavi per le società di gestione attive nel nostro Paese”.

Così’ inizia l’articolo, evidenziando in tale modo come la riforma sulle “performace fee” voluta dall’ESMA rappresenti una considerevole perdita per il Sistema Finanziario.

 

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Permettetemi di cambiare prospettiva e di modificare l’inizio dell’articolo nel seguente modo: “Da sempre le cosiddette performance fee dei fondi comuni rappresentano un notevole aggravio di costi spesso ingiustificato per i risparmiatori nel nostro Paese”.

Sarebbe bene rendersi conto che tutte le norme che si sono succedute in questi ultimi 15 anni, dalla “MIFID I” in poi, oltre ad ottenere l’immediato ed importante risultato di limitare la possibilità di abusi nei confronti del risparmiatore, si prefiggono soprattutto l’obiettivo di rimuovere molte delle distorsioni presenti nei mercati finanziari, favorendone l’efficienza.

Dobbiamo essere tutti contenti che il Sistema Finanziario in Italia sia solido e possa rafforzarsi, soprattutto se lo pensiamo in un contesto internazionale, ma, aggiungo, ciò deve avvenire in modo sano, a ben precise condizioni, senza che approfitti delle sue posizioni di forza.

Oggi si sono fatti parecchi passi in avanti e abbiamo diversi Istituti che si stanno distinguendo sia in termini di trasparenza che di costi congruenti col valore dei servizi forniti. Purtroppo, ne rimangono altri, guarda caso spesso i più grandi e blasonati, che persistono ad utilizzare strategie commerciali aggressive, cercando di preservare le prerogative che li hanno avvantaggiati fino ad oggi.

Il caso delle “performance fee” è emblematico.

Infatti, la mancanza di una specifica normativa che regolamentasse in modo rigoroso l’utilizzo di tale strumento, ha consentito che alcune Istituzioni Finanziarie lo applicassero in modo piuttosto “disinvolto”, ricavandone notevoli guadagni spesso completamente ingiustificati a tutto danno del risparmiatore.

La motivazione delle performance fee, in effetti, si basa su un concetto razionale e seducente: io gestore guadagno se tu risparmiatore guadagni.

I guai cominciano quando si passa dalla teoria alla pratica e, di conseguenza, come spesso vengono calcolati ed applicati questi incentivi commissionali.

E’ esemplare, a tale riguardo, il comportamento di una delle più rinomate Reti Finanziarie di Consulenti che, addebitando con una frequenza trimestrale le commissioni di performance senza alcun vincolo, nel 2020 – in un periodo in cui i risparmiatori hanno subito a metà anno notevoli perdite – ha ottenuto utili stratosferici proprio in virtù di meccanismi perversi e assolutamente scorretti, smentendo di fatto il postulato “io guadagno, se tu guadagni”. Qui chi ha guadagnato – e tanto – è stata solo la Società.

La norma più significativa introdotta dall’ESMA riguarda sicuramente l’obbligo di “addebitare le commissioni di performance solamente una volta all’anno e non con una frequenza maggiore, come poteva finora accadere”. In pratica si tratterebbe semplicemente di applicare il noto metodo HWM, ovvero High Water Mark, un sistema che consente alla società di gestione di maturare commissioni aggiuntive solo se il cliente ha effettivamente avuto “in termini assoluti” un guadagno.

Sappiamo che l’impianto di una nuova normativa è sempre piuttosto complessa, articolata e soggetta a diversi compromessi. Per tale motivo si corre sempre il rischio di vedere inseriti regolamenti non proprio congruenti e che rischiano di essere potenzialmente controproducenti.

Nell’analizzare le proposte dell’Esma, sono rimasto piuttosto perplesso quando ho letto nell’articolo che “al fine di evitare un disallineamento tra gli interessi del gestore del fondo e quelli degli investitori, una commissione di performance potrebbe essere esigibile anche nel caso in cui il fondo abbia registrato una performance negativa ma comunque superiore a quella del parametro di riferimento, il cosiddetto benchmark”. 

Appare chiaro che con l’eventuale inserimento di tale norma, viene meno la premessa che giustifica ogni incentivo di performance: io guadagno se tu guadagni.

In questo caso, infatti, abbiamo che io gestore continuo a guadagnare anche se tu cliente non solo non guadagni, ma addirittura perdi. Mi sembra una follia.

Comunque possiamo tutti stare tranquilli, perché al testo sopra riportato viene aggiunta la frase finale che dovrebbe blindare e garantire gli interessi del risparmiatore: “Dev’essere rispettata però una condizione: che venga messo ben in evidenza un avvertimento destinato all’investitore”.

Penso che abbiamo ben presente tutti quanti l’inconsistenza di un simile avviso: basti vedere i risultati poco rassicuranti di altre clausole inserite in passato nei contratti che imponevano simili dichiarazioni.

A tale punto, è doveroso spendere due parole sullo strumento che consente di misurare l’incentivo di performance: il benchmark.

E’ intuitivo come la costruzione e la definizione di questo strumento condizioni il calcolo delle commissioni di performance, il cui importo è determinato proprio dalla differenza dell’andamento tra il benchmark ed il fondo stesso.

Pertanto, è fondamentale poter assicurare e verificare che il benchmark utilizzato risulti il più congruo possibile rispetto alle caratteristiche del fondo stesso per evitare che si ripetano gli abusi del passato con la creazione di benchmark fasulli e spesso volutamente fittizi, consentendo guadagni del tutto ingiustificati.

 

Nell’articolo, infine, si rileva con quale impegno e forte senso di responsabilità tutti quanti – seppure con diversi tempi di reazione – si stiano adeguando alle nuove normative, nonostante queste comportino una notevole riduzione dei guadagni.

Una tale narrazione sembra proprio legittimare la necessità che tali sacrifici dovrebbero essere compensati, quasi a titolo di indennizzo, da altri introiti alternativi, giustificando così sia l’incremento di commissioni storiche (per esempio, l’aumento di costi di gestione) che l’attivazione di nuove commissioni (per esempio, l’applicazione di performance fee anche con rendimenti negativi).

 

Riprendendo il punto di vista del risparmiatore vediamo però tutta un’altra storia, ovvero che la “perdita” del Sistema Finanziario subita dall’introduzione delle nuove disposizioni non sia altro che la conseguenza di un doveroso e sacrosanto intervento delle autorità per impedire il perpetuarsi di guadagni ottenuti spesso e volentieri in modo del tutto arbitrario.

Pertanto, ovviamente, nulla è dovuto!

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