Consulenti, il cliente ignorante a qualcuno fa comodo

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di Redazione 11 Ottobre 2021 | 11:09

Pubblichiamo di seguito un interessante lettera inviataci da un nostro lettore. Una riflessione sul contributo della educazione finanziaria nell’ambito del mercato finanziario in Italia.

“Un processo attraverso il quale i consumatori, i risparmiatori e gli investitori migliorano le loro capacità di comprensione dei prodotti finanziari e dei concetti che ne sono alla base”. Questa è la definizione che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) fornisce della “Educazione Finanziaria”. Purtroppo, come sappiamo, l’Italia risulta messa piuttosto male in termini di cultura finanziaria e questa convinzione è stata confermata da uno studio condotto nel 2020 dalla Banca d’Italia, utilizzando la metodologia sviluppata dall’International Network on Financial Education (INFE) dell’OCSE.

In termini di alfabetizzazione finanziaria, l’Italia è risultata penultima tra i 26 Paesi dove si è svolta questa indagine, poco sopra Malta e con punteggi simili a Colombia, Romania e Montenegro. Il complicato funzionamento della finanza, con le sue eterogenee variabili, la necessità di sempre maggiori competenze digitali e l’importanza delle conseguenze anche di carattere sociale, rendono sempre più indispensabili un’adeguata educazione finanziaria che consenta alle nuove generazioni di maturare una consapevolezza in grado di far prendere loro le migliori decisioni per il proprio futuro e, di conseguenza, per l’intera società. Per promuovere una efficace educazione finanziaria, in Italia sono stati avviate sin dal 2007 una serie di importanti iniziative che hanno visto impegnate in prima fila la Banca d’Italia, il Ministero dell’Istruzione (MIUR) e lo stesso Ministero dell’Economia e della Finanza (MEF). Un forte contributo positivo è stato dato dalla creazione del “Portale di educazione finanziaria” e dall’introduzione del “mese dell’educazione finanziaria” che, dal 2018, si svolge ogni anno ad ottobre. Insieme alle Istituzioni Pubbliche, importante dovrebbe anche essere il ruolo di quelle private che si trovano ad essere fortemente coinvolte proprio per la loro operatività quotidiana e vicinanza con i risparmiatori. E su questo punto è bene evidenziare alcune criticità, conseguenze di un contesto che vede le Società Finanziarie soprattutto concentrate – per la loro stessa natura costitutiva – su obiettivi ben precisi, il cui scopo finale rimane quello di massimizzare i profitti. Per loro, tutto il resto sembra passare in secondo piano. E nel “resto” ci vanno inseriti sia i risparmiatori, imbottiti quasi esclusivamente dei più disparati e costosi prodotti gestiti, che gli stessi consulenti/private, sottoposti spesso e volentieri a pressioni per la vendita dei prodotti finanziari più “produttivi”. Basti vedere i numeri.

Su una raccolta netta delle reti di consulenti finanziari di 28,8 miliardi di euro avvenuta nella prima metà dell’anno, infatti, leggo da un articolo apparso su  Bluerating intitolato “Consulenza: l’industria è felice, ma ci sono consulenti tristi”: “le dinamiche di crescita si sono focalizzate sul comparto del risparmio gestito con investimenti netti complessivi più che raddoppiati (+136,6% a/a) e pari a 21 miliardi di euro” e continua evidenziando come “Più della metà dei volumi totali di raccolta è stata realizzata nel periodo aprile/giugno (15,8 miliardi di euro) con la conferma della maggiore predisposizione all’investimento in prodotti del risparmio gestito (10,7 miliardi)”. Se mettiamo insieme da un lato gli strepitosi risultati economici ottenuti dal Sistema Finanziario e dall’altra l’attuale conclamata impreparazione in termini di cultura finanziaria dei risparmiatori italiani, sorge quantomeno il dubbio che la “predisposizione all’investimento in prodotti del risparmio gestito” possa essere frutto di una ben mirata volontà delle Reti finanziarie di concentrarsi nella vendita dei prodotti per loro più profittevoli, a maggiore valore aggiunto, approfittando proprio della “scarsa conoscenza” finanziaria dei propri clienti.

D’altronde, di “asimmetria informativa” e delle sue conseguenze se ne parla dalla notte dei tempi. La conclusione di questo ragionamento, se corretto, pone inesorabilmente in stridente ed evidente contrapposizione l’evoluzione culturale finanziaria del risparmiatore nei confronti degli enormi utili conseguiti fin ora dal Sistema Finanziario. È evidente che quanto riportato è un problema di sistema, di come è strutturato e di come funziona. Sicuramente quanto affermato causerà una levata di scudi e tutti gli attori che si sentiranno parte in causa porteranno validi motivi ed esempi di come si sono prodigati nel promuovere la “educazione finanziaria”. In effetti qualche concreto e timido esempio positivo comincia a vedersi e qualche Banca di minori dimensioni si sta muovendo nel verso giusto, ma per i pezzi da novanta siamo ancora all’anno zero: si agisce perché si deve, perché il mercato lo richiede. D’altronde, eventualmente potrà essere sempre oggetto di una valida campagna marketing! Un buon livello di cultura finanziaria dei risparmiatori è importante, ma, anche se per un corretto ed equo funzionamento del sistema finanziario è certamente una condizione necessaria, di sicuro non risulta sufficiente: è solo il primo e parziale passo, la condizione base per avviare un reale processo di rinnovamento. Infatti, fino a quando non si affronterà seriamente e risolverà, o quantomeno si porrà un serio limite, al “conflitto di interessi” – questo sì, il vero peccato originale -, sarà difficile uscirne fuori.  Mutatis mutandis, io posso anche avere una buona preparazione su come gestire la mia salute, avere seguito corsi di primo intervento, ma per curarmi seriamente, necessariamente mi dovrò affidare ad un medico che, una volta individuata la terapia dopo una attenta analisi, mi prescriverà le corrette medicine che poi provvederò a comprarmi in farmacia: non me le venderà certo lui e soprattutto non potrà guadagnarci sopra (gli è vietato!) Oggi, nell’ambito della finanza, abbiamo i medici che vendono e guadagnano sulle medicine che loro stessi prescrivono. E questo non va bene.

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