Consulenza e nuova rivoluzione digitale, un dialogo sul futuro che ci attende

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di Redazione 25 Ottobre 2021 | 11:12

La cosiddetta trasformazione digitale è sicuramente uno pilastri al centro dei piani di ripartenza post pandemica italiani ed europei: una sfida improrogabile e strategica per le presenti e future generazioni e abilitatore fondamentale per una economia e una società più sostenibili e resilienti. Un trend disruptive anche in ambito finanziario, ma che va interpretato con intelligenza, evitando di farsi travolgere dallo stesso. Bluerating ha deciso di approfondire questa fondamentale tematica con Marco Franco (nella foto), giornalista, startupper e head hunter digital & new media presso Randstad Professionals. Franco è anche autore de “L’uomo interrotto”, edito da De Ferrari, uno sgurdo lucido sul lato oscuro della luna e agli aspetti eretici del digitale; perché osservare tutti i volti di questa rivoluzione è probabilmente l’unico modo per essere consapevoli del nostro tempo.

Tra i trend che hanno coinvolto maggiormente il mondo della finanza negli ultimi tempi vi è sicuramente quello della digitalizzazione dei servizi. Da head hunter specializzato sul digital ed esperto sul tema, qual è il suo giudizio sull’influenza del digitale nel mondo economico/finanziario?
La Pandemia è stata un accelerazione temporale di alcuni fenomeni già in atto. La digital transformation sta abbracciando diversi segmenti di mercato, alcuni in modo particolarmente significativo. Pensiamo al food delivery o alla digitalizzazione massiva del mondo sanitario con l’entrata di player all’interno del nostro mercato con piani di assunzione da decine di milioni di euro o al mondo fintech.
Da questo retroterra emergono da un lato delle enormi possibilità per coloro che sanno leggere e interpretare il mercato; dall’altro esistono tutta una serie di limiti e difficoltà per coloro che non sono in grado di abbracciare questo cambiamento in termini di tempistiche e competenze.
È indispensabile che gli attori principali del sistema lavorino di squadra.
Il mondo intellettuale e imprenditoriale che interpreta, la classe dirigente che fissa degli obiettivi e i corpi intermedi che intervengono per fornire un supporto all’interno di questo grande cambiamento.
Nessuno dovrà rimanere indietro. Questa è la grande sfida.

Quali sono a suo avviso le soft skills ideali di un candidato “digitale” moderno appetibile dal mercato?
Qualche anno fa ho avuto la fortuna di incontrare Gianluigi Aponte, fondatore di Msc, il quale mi disse: “Le competenze si insegnano i valori no”.
Credo che ad oggi sia indispensabile comprendere l’attitudine di un candidato. E’ impossibile, attraverso i colloqui, comprendere le competenze. Con questo non voglio dire che le hard skills non siano importanti. Ritengo tuttavia che le competenze vadano dimostrate sul campo.
Il compito dell’head hunter è comprendere al meglio i driver del cambiamento, i valori che caratterizzano una persona e il match tra la loro personalità e l’ambiente dell’azienda.
Le soft skills sono le colonne portanti della struttura di un candidato. Le hard skills, il suo completamento.

Lei è anche autore del libro “L’uomo interrotto. L’altra faccia del digitale” che è di fatto un excursus sulle implicazioni sociali, pedagogiche ed economiche della nuova vita digitale. Focalizzandoci su quest’ultimo punto, quali sono a suo avviso gli elementi maggiormente problematici con cui i figli dell’ultima rivoluzione digitale dovranno confrontarsi? Il Covid come ha inciso all’interno di questo scenario?
Tutto ciò che attiene alla sfera dell’innovazione tecnologica ha un’accezione positiva. L’Uomo, inteso almeno come sapiens sapiens non ha mai vissuto un’accelerazione di una così vasta portata come quella degli ultimi 70 anni. E questo è sicuramente positivo. Pensiamo ai progressi della medicina, all’allungamento dell’aspettativa di vita o alla cura di moltissime patologie ritenute mortali fino a non molto tempo.
Tuttavia, questa velocità e l’aumento di stimoli provenienti da ogni direzione crea un sovraccarico psichico. All’inizio dell’era industriale i lavoratori morivano giovani, stremati dalla cadenza degli sforzi fisici quotidiani.
Oggi il nostro sforzo ha spostato il suo baricentro. Non è più legato alla fisicità, ma alla psiche. Bisogna produrre incessantemente sempre nuovi contenuti per mantenere alta l’attenzione e la fruizione incessante delle piattaforme. D’altronde le stories su Instagram o Facebook durano 24h.
Il tecnostress è il rischio d’impresa del terzo millennio. Questo termine, coniato da Craig Brod nel 1984, indica lo stress indotto dall’utilizzo di nuove tecnologie soprattutto informatiche. Michelle Weil e Larry Rosen precisano questa definizione allargando il suo significato a “ogni conseguenza negativa che abbia effetto su attitudini, pensieri, comportamenti o psiche, causata direttamente o indirettamente dalla tecnologia”.
Ormai è acclarato che l’essere umano tende all’iperconnessione e l’home working ha esasperato questa tendenza che ci impedisce di staccare la mente.
Quale elemento la preoccupa di più?
La dissociazione tra reale e immaginario. I social network, hanno a che fare con l’apparenza, con la costruzione di mondi fittizi.
Per esempio spesso ritrovo la newsfeed piena di marketer che vivono in ville lussuosissime, che mostrano conti bancari milionari e guidano auto di extralusso. E sono poco più che ventenni.
Penso a questa comunicazione come a un’arte mistificatoria della realtà, di quella che è la struttura reale della nostra società, sempre più diseguale. Questa comunicazione è figlia dell’illusione.
L’illusionismo è un’arte che si alimenta dai limiti visivi delle persone, investendo la sua capacità innata di distinguere il reale da ciò che egli crede reale e vero, portandole a credere a ciò che non è mai esistito, a credere al nulla.
Questa assenza di soglia tra reale e virtuale mi preoccupa molto. E Facebook con il suo metaverso ha visto in tutto questo una possibilità di ulteriore trasformazione digitale.

In Italia le argomentazioni trattate nel libro rimangono relegate ai margini del dibattito pubblico. Tuttavia, un numero sempre maggiore di persone vuole comprendere questi argomenti; a tal proposito, come persona che ha sviluppato negli la sua professionalità in questo ambito, quale sarà il suo prossimo contributo per alimentare il confronto su questi temi?
Una delle più grandi discriminazioni del nostro tempo riguarda l’età. Ci costringono ad essere giovani ed eternamente performanti, anche con l’avanzare dell’età.
Abbiamo relegato la sapienza ad esperti di marketing piuttosto che all’esperienza dei nostri maestri.
I social network amplificano questa dittatura dell’età, nella nuova lotta tra reale e immaginario. Tra ciò che penso di essere nel virtuale e ciò che dovrei essere nel reale.
Questa commistione può causare un corto circuito psichico oppure un ulteriore adattamento alle nuove circostanze. Credo che l’una non escluda l’altra!

 

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