Reti e consulenti, la verità è che i fee only vi danno fastidio

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di Redazione 3 Novembre 2021 | 10:58

Pubblichiamo di seguito una lettera inviataci da un nostro lettore in riferimento all’articolo Consulenti, inganni e conflitti di interesse. Parole in difesa del mondo fee only dagli “attacchi” del settore delle reti di consulenza.

Ho cominciato a leggere con interesse il vostro articolo “Consulenti, inganni e conflitti di interesse”, incuriosito dall’argomento trattato riguardo alla condizione mentale di “autoinganno”.

Confesso che la mia curiosità si è tramutata prima in perplessità, per poi diventare sbigottimento man mano che procedevo a leggere, provando alla fine sincero imbarazzo per l’autore dell’articolo che, chiaramente, aveva semplicemente il compito di screditare la consulenza finanziaria indipendente.

Il metodo usato è quello classico: portare a giustificazione del proprio ragionamento un qualsiasi “riferimento scientifico” – in questo caso il fenomeno psicologico della “disonestà degli uomini onesti” – per avvalorare la propria tesi.

L’articolo in pratica afferma che questa smania di sbandierare continuamente da parte dei consulenti autonomi la loro “assenza di conflitti di interesse” – quasi invasati da sacro furore –, sia conseguenza di una vera e propria “trappola psicologica”, spesso – come conclude l’articolo – “fonte di disimpegno morale inconsapevole, con l’illusione di obiettività, che non consente alcuna sorveglianza etica”.

Senza scomodare eventi storici anche recenti dove con il disinvolto e superficiale utilizzo della scienza si sono dette le più grandi idiozie, appare evidente come il ragionamento sia tendenzioso e strumentale.

Tuttavia, mi sembra che l’autore, portando all’eccesso la sua tesi, ottenga un effetto opposto a quanto cerca di dimostrare, ponendo indirettamente in evidenza ed al centro della questione proprio la validità e l’importanza fondamentale della “proposta consulenziale in esenzione di conflitti di interesse” e come tale modalità operativa in Italia oggi venga proposta esclusivamente dai consulenti finanziari autonomi.

Il punto focale dell’accusa nell’articolo è rappresentato dalla frase sibillina e decisamente tendenziosa; “Ma ignorano – i consulenti autonomi – che il conflitto di interesse riguarda tutte le modalità di remunerazione”!

Al di là dell’affermazione buttata in modo generico soltanto per suggerire maliziosamente al lettore l’esistenza di possibili oscure conseguenze e chissà quali secondi fini, vorrei sinceramente sapere quali siano “tutte le modalità di remunerazione” di cui parla il relatore dell’articolo.

Pregherei di far comprendere a noi, potenziali frodatori a nostra insaputa, precisamente a cosa si riferisca.

Premesso che errori ed omissioni – e aggiungerei truffe ed inganni – sono riscontrabili in qualunque categoria professionale, rimane il fatto che dovendo “per legge” (MIFID) proporre una consulenza in esenzione di conflitti di interesse – pena la radiazione dall’albo -, il consulente indipendente comunque rimuove dalla propria attività una delle maggiori distorsioni presenti nel mercato finanziario italiano che, come sappiamo, ancora oggi consente e favorisce tanti abusi in chi è tuttora esentato da tale obbligo, la cui remunerazione proviene soprattutto dal commercio e dalla vendita di prodotti finanziari.

Quanto affermato nell’articolo mi ricorda una famosa frase riportata in una parabola del Nuovo Testamento rivolta contro chi si ergeva ed atteggiava a moralizzatore: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”

Personalmente mantengo ottimi rapporti di collaborazione e di stima con molti colleghi che lavorano per Banche e Reti Finanziarie, ma la pubblicazione di articoli come “Consulenti, inganni e conflitti di interesse” mi fa pensare che evidentemente parte di quel mondo, rappresentato soprattutto dalle storiche e maggiori Istituzioni Finanziarie, sia quantomeno infastidito – non certo ancora impaurito – dal costante sviluppo e dalla affermazione della consulenza indipendente anche in Italia.

Se poi l’unico appiglio per screditare la categoria dei consulenti indipendenti si riduce a generiche elucubrazioni e superficiali ipotesi scientifiche, è evidente che non vi siano concreti ed effettivi argomenti validi per portare avanti alcuna tesi denigratoria, per cui la convinzione personale di avere fatto la scelta giusta nel diventare consulente autonomo ne esce decisamente e fortemente rafforzata.

In conclusione, vorrei aggiungere che chi si è preso la briga di scrivere l’articolo forse non si rendeva conto di quanto fosse in realtà scorretto e disdicevole.

È probabile, comunque, che abbia agito in piena buona fede, anche lui colpito dalla sindrome della “disonestà degli uomini onesti”.

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