Banche regionali, il fintech è un toccasana

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di Redazione 30 Novembre 2021 | 11:48

Le banche regionali sono un’importante risorsa italiana. Un sistema di riferimento per il tessuto imprenditoriale dei territori, al cui sviluppo hanno sempre dato un contributo rilevante. Gli istituti di minori dimensioni sono garanzia di maggiore competizione, maggiore diversità strategica, e quindi maggiore resilienza del sistema. Questo valore oggi rischia di andare disperso, per una serie di trend strutturali e di sistema non invertibili. Tutte le banche sono di fronte a un bivio che è determinato dalla forte pressione sui margini: la scelta è spesso tra consolidamento e innovazione. Ma le banche regionali soffrono più della media, essendo più piccole, e non potendo quindi affidarsi alle economie di scala generate dalla dimensione.

Margini sotto pressione e chiusura degli sportelli

In generale, tutte le banche soffrono un tema di margini sotto pressione, acuito nel 2020, come dimostra l’analisi dei bilanci di Kpmg. I bilanci sono robusti sotto il profilo patrimoniale, con un Total Capital Ratio vicino al 20% e con l’NPL Ratio passato dal 18,6% del 2015 al 5,3% del 2020. La redditività invece è peggiorata, a causa di un calo dell’utile rapportato agli attivi di quasi 40 basis points. Le cause sono appunto la pressione sui margini, in atto da diversi anni, e la “crescita del costo del rischio per anticipare anche in ottica prudenziale gli effetti della pandemia sul credito”. In questo contesto, i gruppi bancari italiani dovranno trovare il proprio posizionamento in un settore che si sta profondamente trasformando anche per effetto dei cambiamenti socio-comportamentali della popolazione e dell’evoluzione tecnologica.

Un altro trend che impatta in maniera più forte sulle banche di minori dimensioni è la progressiva riduzione degli sportelli. Secondo l’ultimo censimento annuale delle banche italiane di Banca d’Italia (pubblicato a marzo 2021), gli sportelli sono passati dai 33.607 del 2011 ai 23.000 del 2020 e il 75% (17.600) di quelli residui faceva capo a banche S.p.A. (che è la forma giuridica tipica di quelle di maggiori dimensioni). La quota riconducibile a popolari e cooperative era pari, rispettivamente, al 18% e al 6% (nel complesso poco più di 1.500).

Tutti contro le piccole banche?

Ma perché le banche regionali sono un valore? Per diverse ragioni. Perché da statuto hanno la focalizzazione sul territorio e l’obiettivo di esercitare su di esso un impatto positivo. E perché sono vitali per i mercati locali: la loro presenza aumenta la concorrenza e consente di portare servizi migliori o costi più bassi per i fruitori. Inoltre, grazie a maggiore diversità strategica garantiscono maggiore resilienza al sistema finanziario.

Tuttavia, la competizione a cui le banche più piccole sono state sottoposte fin dagli anni ’90 è stata impari. Prima le banche sistemiche hanno “invaso” i territori con offerte di prodotto più ampie e costi più bassi per i clienti, potendo contare su economie di scala che alle piccole non sono consentite.

Non solo in Italia. La Bank of England ha recentemente avviato un approfondimento in merito e pubblicato un paper di consultazione in cui sottolinea che le banche più piccole devono fronteggiare dei requisiti e delle aspettative prudenziali che possono risultare in costi molto elevati, che possono impattare sul livello di concorrenza nel settore bancario. La consultazione aveva l’obiettivo di semplificare il quadro regolamentare per le banche più piccole al fine di preservare il loro effetto positivo per la concorrenza. Questo elemento è particolarmente importante in quanto arriva da un mercato dove il consolidamento è stato molto più marcato e veloce dell’Italia.

Ora sono entrate nell’arena le fintech, che abbattono i costi per i clienti grazie alla tecnologia, fornendo servizi spesso più efficienti, semplici e veloci.

Ultimo, ma non meno importante, impiegare la liquidità è più difficile per le banche regionali. La base di clientela di questi soggetti, ovvero le pmi, si riduce sempre più anche per effetto del deterioramento di certi tessuti industriali. Ma, se la liquidità non viene impiegata, la banca non fa margini.

Perché un’offerta digitale può risolvere il problema

E torniamo alla nostra premessa: se il modello di business delle banche regionali fa fatica nel nuovo contesto, si deve cambiare. L’obiettivo deve essere quello di ampliare il mercato e/o l’offerta. Lo si può fare in due modi: o attraverso l’M&A – che però porta a confluire in gruppi bancari di grandi dimensioni e di fatto a una perdita di identità o minore competizione sui territori; oppure innovando con la tecnologia. Un’offerta digitale consentirebbe alle banche regionali di estendere il raggio di azione su tutto il territorio nazionale e dunque aumentare la possibilità di impiego, oltre che di rispondere alla domanda di snellezza e flessibilità dei clienti. Ma ci sono anche in questo caso alcuni ostacoli da superare: il primo è che gli investimenti in IT richiedono risorse ingenti – spesso indisponibili per soggetti di piccola dimensione – la seconda è che i sistemi IT sono spesso non proprietari e quindi vincolati a tempi e modalità del fornitore. Infine, c’è un tema di competenze: attrarre nelle province sviluppatori capaci e aggiornati non è così scontato.

Una via d’uscita? Collaborare per trasformare un rischio in un’opportunità

Il fintech, che contiene un elemento distruttivo per il settore, può essere invece usato dalle banche regionali per ampliare offerta e possibilità di impiego. Ci sono casi virtuosi come quello di Banca Sella che ha saputo diventare una banca digitale a tutto tondo. E ci sono, sempre più, collaborazioni tra fintech e banche regionali. Per esempio, noi di Credimi in primis abbiamo finalizzato vari accordi in questo senso con Banco Desio, Banca del Piemonte, Banca di Asti, Banca Popolare Pugliese. Sinergie che hanno spesso portato a collaborazioni di varia natura e alla fruizione da parte dei clienti di un mix di servizi tradizionali e innovativi e che andranno sempre di più nella direzione di utilizzo della nostra tecnologia da parte degli istituti bancari.

Queste collaborazioni da un lato consentono alle banche di gestire meglio i rischi, differenziandoli, e quindi di diventare più sostenibili. Dall’altro, offrono agli operatori fintech un canale di accesso preferenziale a fondi più ampi e più economici. E infine, garantiscono ai clienti finali un servizio digitale a condizioni competitive.

È inoltre molto importante sottolineare che la tecnologia abilita la possibilità di portare al cliente, e sul territorio, una quantità di servizi e prodotti più ampio e che quindi il valore dell’asset strategico principale delle piccole banche, la relazione con i clienti, viene non svilito ma bensì moltiplicato dalla tecnologia. Credimi oggi permette di offrire nuovi prodotti di credito con una offerta di “lending as a service” ma altri operatori potrebbero portare nuovi servizi, ad esempio di pagamento con Satispay, ma ci sono anche servizi di investimento o una miriade di nuovi altri prodotti offerti come servizi (l’offerta di prodotti as a service è in grandissimo aumento e rappresenterà uno dei trend principali dei prossimi anni). Le banche regionali potrebbero attrezzarsi con dei kit di offerta fintech portando ai clienti soluzioni a volte anche migliori, e con uno human touch molto più caldo, rispetto alle grandi banche.

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