Consulenza, ora la Mifid 2 passa dalla sostenibilità

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di Redazione 15 Febbraio 2022 | 10:00

La sostenibilità è ormai un tema portante delle industrie dell’asset management e dell’advisory. Al di là del recente dibattito metodologico che riguarda alcune curiose novità sul tema, le istituzioni stanno sempre più applicandosi per integrare al meglio tutti i processi di interazione tra mondo degli investimenti e fattori esg. Una di queste è sicuramente Esma, la quale lo scorso 7 febbraio ha lanciato una consultazione pubblica con il mercato sui requisiti dei fornitori di rating ESG (Environmental, Social and Governance) nell’Unione europea. Questa consultazione ha l’obiettivo di delineare un quadro delle dimensioni, della struttura, delle risorse, dei ricavi e dell’offerta di prodotti da parte dei diversi fornitori di rating ESG che operano nell’UE.

Ancora prima, precisamente il 27 gennaio, Esma aveva dato il via a un’altra consultazione pubblica sull’aggiornamento delle proprie linee guida in riferimento all’integrazione dei fattori di sostenibilità all’interno della normativa Mifid 2. E’ infatti cosa nota che, a seguito della pubblicazione del Piano d’azione della Commissione europea del 2018, volto a favorire l’integrazione degli elementi esg nei mercati finanziari, lè stato aggiornata l’atto delegato che completa la direttiva e che nel diritto comunitario assume la forma di un regolamento direttamente vincolante per gli Stati membri. più nello specifico, tali fattori di sostenibilità devono essere considerati nei processi di creazione dei prodotti finanziari, ma anche nella valutazione dei rischi e nell’acquisizione delle preferenze dei clienti, così come nell’ambito del processo di investimento e nell’implementazione di determinati requisiti organizzativi e condizioni operative per le imprese finanziarie e di investimento.

Le novità troveranno applicazione a partire dal 2 agosto 2022, anche se già diverse influenti associazioni di settore hanno richiesto un rinvio. In ogni caso, a partire dall’entrata in vigore, gli investitori potranno esprimere le loro sustainability preferences. Ciò al momento della “profilazione” del consulente finanziario, nella cosiddetta “valutazione di adeguatezza”.

Ma quali sono le principali modifiche alle Linee guida, che recepiscono le modifiche al Regolamento Delegato Mifid 2 in materia di sostenibilità? A questa domanda risponde una puntuale analisi a firma Pietro Negri sul portale Valori.itInnanzitutto, per raccogliere informazioni dai clienti sulle loro “preferenze di sostenibilità”, gli intermediari finanziari dovrebbero aiutare i clienti a comprendere tale complesso concetto. E indicare le diverse tipologie di prodotti che hanno nel proprio catalogo e che sono inclusi in questa definizione.

Un primo problema potrebbe sorgere in riferimento all’approccio suggerito per raccogliere informazioni sulle preferenze di sostenibilità dei clienti. Esso potrebbe infatti essere diverso da quello che già oggi si utilizza per i “tradizionali” parametri finanziari. Ovvero età, capacità finanziaria complessiva, capacità di sopportare rischi e perdite, gestione del portafoglio, ecc. La valutazione delle “preferenze di sostenibilità” potrebbe essere considerata solo in un secondo momento. Una volta che l’adeguatezza del prodotto è stata valutata in base ai (tradizionali) criteri di conoscenza ed esperienza, situazione finanziaria e altri obiettivi di investimento. Essa è, dunque, “ancillare” e subordinata alla prima e si basa sostanzialmente su un processo di autovalutazione.

È importante sottolineare, inoltre, come la normativa (e le Linee guida) – a differenza di quanto previsto per i requisiti (tradizionali) a contenuto finanziario, che non possono essere modificati – disponga che per le “preferenze di sostenibilità” gli intermediari possano comunque, una volta constatato di non avere a catalogo un prodotto in grado di rispondere alle aspettative rilevate, raccomandare un prodotto diverso. Tutto ciò dopo aver chiesto al cliente di adattare le proprie aspettative di sostenibilità riportando puntualmente tale downgrading nel documento relativo alla valutazione di adeguatezza. In altre parole, verrebbe chiesto come orientarsi su clima, ambiente, biodiversità, diritti, trasparenza. Ma se poi non si ha un prodotto che risponde a tali requisiti, se ne può proporre uno “classico”.

Laddove il cliente non dovesse esprimere la propria preferenza in materia di sostenibilità il prodotto offerto, che non rientra tra quelli indicati come sostenibili, deve comunque riportare indicazioni in merito ai Principali impatti avversi (PAI, dall’acronimo inglese) collegati a fattori ESG”.

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