Banche: bye bye credito, conviene di più vendere prodotti. I consulenti saranno cruciali

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di Redazione 10 Giugno 2022 | 09:42

Cosa ci raccontano i ricavi del settore bancario italiano nel 2021? È un bilancio complessivo a due facce che dimostra il cambio di pelle già avviato negli ultimi anni: più utili dalla vendita prodotti e servizi finanziari e assicurativi, sempre meno proventi derivanti da attività di intermediazione creditizia a famiglie e imprese. Per tutto il sistema bancario nazionale, il quadro complessivo dei ricavi è certamente positivo, grazie a una crescita complessiva del “fatturato” di ben 4,1 miliardi di euro. Incremento che ha portato a oltre 82,2 miliardi il totale del “fatturato” delle banche del Paese lo scorso anno, in crescita del 5,2% rispetto ai 78,1 miliardi del 2020. Peccato che la chiave di successo del conto economico degli istituti di credito italiani passi sempre di più per il vertiginoso aumento delle commissioni pagate dalla clientela. Nel 2021 l’apporto alla crescita dei proventi legati al margine di interesse, cioè il versante dei ricavi legati ai prestiti, è stato pressoché neutrale (543 milioni in diminuzione) mentre sono pesati positivamente, sul risultato, i contributi delle entrate (+1 miliardo) e, in misura preponderante, la parte commissionale che rappresenta, con 3,5 miliardi, l’88% del maggior ricavo registrato nel 2021: in totale, sono cresciuti di 4,6 miliardi i ricavi derivanti dalla vendita di prodotti finanziari e assicurativi, dalla gestione della vendita di carte di credito, dal risparmio gestito e hanno ampiamente compensato il calo dei proventi garantiti dagli impieghi.

I risultati relativi al 2021, elaborati dalla Fabi sulla base dei dati riportati nell’ultima relazione annuale della Banca d’Italia, confermano, quindi, la tendenza dell’anno scorso, con un’accelerazione ormai netta per quanto riguarda il sorpasso delle commissioni sui margini di interesse e una distanza tra gli stessi ancora più ampia. Se nel 2020 i ricavi diversi dal margine di interesse rappresentavano il 50,4% del “fatturato” complessivo, nel 2021 la percentuale è salita al 53,6% con uno scatto di quasi oltre sette punti percentuali rispetto ai profitti derivanti dai prestiti. Il contributo del margine di interesse al totale dei ricavi del settore è calato, infatti, ancora vistosamente e rappresenta poco più del 46%, rispetto a una percentuale del 49,6% registrata l’anno precedente. In termini assoluti, solo nel 2021 le banche hanno ottenuto dai propri clienti quasi 45 miliardi di ricavi da servizi e prodotti finanziari, mentre hanno incassato poco più di 38 miliardi dai ricavi tradizionali del settore (margine di interesse per l’attività di prestito a famiglie e imprese). Il divario tra le due voci del “fatturato” del settore aumenta in favore deli “altri ricavi” e passa da 688 milioni del 2020 a 5,8 miliardi nel 2021. Gli introiti diversi dagli interessi, nel complesso, sono infatti aumentati del 12% rispetto allo scorso anno mentre gli incassi legati all’attività creditizia tradizionale dei finanziamenti hanno subito una riduzione dell’1,4%. La forbice della composizione dei ricavi del settore rispecchia il repentino cambiamento del modello di business che la maggior parte dei gruppi bancari del Paese sta attuando da diversi anni.

Il confronto con i dati storici dell’ultimo decennio mostra come il reddito derivante dalle commissioni abbia conquistato una parte sempre più rilevante dei proventi e dell’utile bancario. Nel 2010 i ricavi delle banche si sono attestati a 91,2 miliardi: di questi, 53,4 miliardi derivavano dai prestiti e 36,7 miliardi dalle commissioni; nel 2020, con il “fatturato” sceso a 78,1 miliardi, i ricavi dalla vendita di prodotti finanziari e assicurativi hanno superato, per la prima volta, seppur di poco, i proventi derivanti dagli impieghi: 39,4 miliardi pari al 50,4% del totale contro 38,7 miliardi pari al 49,6% del totale.

Negli ultimi 11 anni l’intero circuito bancario italiano ha infatti bruciato più di 15 miliardi di quella parte di “fatturato” legato ai prestiti (margine d’interesse) a beneficio degli “altri ricavi”. I cambiamenti repentini di strategia, anche in risposta ai livelli ancora contenuti dei tassi, assieme al maggiore coinvolgimento degli istituti di credito in attività più redditizie, hanno ridotto l’appeal per i prestiti in favore dei servizi bancari basati su commissioni. La possibile ricetta futura sul fronte dei ricavi potrebbe passare per la risalita attesa dei tassi e per un sempre imponente ruolo del wealth e asset management, ambito nel quale la consulenza richiederà competenze ampie, diversificate e valorizzate perché l’obiettivo non sarà la sola gestione del risparmio bensì l’impiego delle masse liquide accumulate sui conti correnti, in investimenti sempre più redditizi e durevoli nel tempo.

«I nostri dati ci consentono di fare diverse considerazioni. La prima è che le banche, ormai, stanno rinunciando a fare credito e questo dipende principalmente dal fatto che i prestiti rappresentano un’attività poco profittevole e sempre più complessa, soprattutto a causa delle stringenti regole della Banca centrale europea che non vuole i bilanci appesantiti da nuove sofferenze; insomma, molti costi e tanti rischi, ma poca redditività. Di qui la scelta di spostare l’attenzione, progressivamente, sulla vendita di prodotti finanziari e assicurativi, ambito nel quale i rischi sono di fatto ridotti a zero, ma i ritorni economici, invece, sono assai importanti. La seconda considerazione deriva dagli effetti, a mio avviso pericolosi, derivanti dall’ingresso di grandi operatori di internet nel mercato e nel business delle stesse banche: dopo i pagamenti, adesso, è il caso di Apple, c’è il credito al consumo e tutto questo esaspererà la concorrenza sfrenata fra i gruppi bancari italiani, con ripercussioni negative anche per la clientela; mi riferisco, in questo caso, all’argomento delle indebite pressioni commerciali del quale ho parlato, documentando, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta per spiegare soprattutto che si tratta di una questione di carattere sociale e non solo strettamente sindacale. Se i giganti del web, peraltro favoriti dalla sostanziale assenza di regole, eroderanno quote di mercato alle banche, quest’ultime punteranno sempre di più sulla vendita di prodotti finanziari. Il rischio è che le banche non svolgeranno più quell’importante ruolo sociale di un tempo e i danni li toccheremo con mano sui territori» commenta il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni.

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