Banche, quando l’utile non dipende dalle dimensioni

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di Redazione 28 Giugno 2022 | 09:42

La redditività e l’efficienza delle banche? Non hanno alcuna correlazione con la dimensione degli istituti. A riportare la notizia è Il Sole 24 Ore. Questa, almeno, è la conclusione di uno studio effettuato da alcune ricercatrici dell’Università Bocconi che verrà presentato nella giornata di martedì 28 giugno nell’ateneo milanese. Una lettura, peraltro di segno opposto rispetto a una certa narrazione diffusa sul mercato (e allo stesso pressing della Bce), che poggia su un’analisi econometrica che incrocia i bilanci consolidati di 1.767 banche europee (commerciali, cooperativee di risparmio) pubblicati tra il 2000 e il 2019. L’arco di tempo analizzato dalla ricerca, che è stata realizzata in collaborazione con l’Osservatorio indipendente di Banca Passadore sul sistema bancario e finanziario, va insomma dal periodo pre-crisi(2000-2006) agli anni della Grande crisi finanziaria e del debito sovrano (2007-12) fino ad arrivare agli anni post-crisi(2013-2019).
In questo lungo lasso di tempo molte cose sono cambiate, per l’economia come per le banche del Vecchio Continente. Basti pensare che nel periodo pre-crisi le banche più redditizie erano caratterizzate da dimensioni medie e grandi, ovvero con attivi compresi tra i 10 e i 30 miliardi e oltre. «In questo caso nei profitti delle grande banche c’era però la componente legata alla sottovalutazione del rischio», spiega Marco Onado, docente all’Università Bocconi e componente dell’Osservatorio.
Dal 2010, invece, il divario di redditività tra banche medie e grandi e banche piccole (2-10 miliardi di attivi) e minori (0,5-2 miliardi) è andato progressivamente riducendosi. Secondo lo studio curato dalle ricercatrici Brunella Bruno e Immacolata Marino, le «banche medio-grandi mostrano infatti una performance più volatile in termini di redditività rispetto alle banche di piccole e piccole dimensioni, in linea con la loro esposizione a modelli di business più rischiosi».L’aspetto interessante, secondo l’analisi, è che tra le banche “top” performer negli anni post-crisi non vi è alcuna divergenza significativa nel livello di redditività tra i gruppi dimensionali. «La dimensione delle banche non è una discriminante per efficienza e redditività», aggiunge Onado.

I fattori principali dietro a performance soddisfacenti e sostenibili sono insomma i medesimi per ogni classe dimensionale; a partire dall’attenta gestione del rischio di credito e dei costi operativi, leve che devono essere curate indipendentemente dalla dimensione della banca. «La stabilità del cost-to-income ratio tra le diverse classi dimensionali suggerisce che l’efficienza non è una condizione legata alla dimensione. In altre parole, anche le banche grandi possono essere inefficienti», spiega la ricerca.

Numeri a parte, rimane evidente che il tema dimensionale rimane al centro del dibattito. Francoforte chiede a gran voce aggregazioni per creare campioni europei. Nel contempo authority e regolatori non sembrano tenere in considerazione quel criterio di proporzionalità che il sistema chiede a gran voce. Così come è innegabile che almeno in Italia la crisi abbia colpito in particolare il segmento delle banche medio-piccole, che si sono mostrate più vulnerabili all’onda lunga della crisi, come i casi di PopVicenza, Veneto Banca o della banche del Centro Italia insegnano. «Questo è vero -risponde Onado – ma va anche detto che si tratta di banche che hanno tradito il loro modello di business: non sono fallite perché erano banche del territorio, ma perché hanno compiuto una serie di errori strategici e gestionali che le hanno mandate fuori dal mercato».

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