Tassa sugli extraprofitti delle banche, anche Mps sceglie l’accantonamento

La tanto discussa tassa sugli extra-profitti delle banche, alla fine, si è rivelata un vero e proprio flop. Tanto fumo per nulla: l’operazione che avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato circa 3 miliardi di euro è attualmente ferma al palo a quota zero. In ordine di tempo, gli ultimi due istituti a non aver aderito al progetto sono stati Mediocredito Centrale e Monte dei Paschi di Siena, che insieme a Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper, Popolare di Sondrio, Credem e Mediobanca hanno infatti deciso di sfruttare la possibilità di destinare a riserva non distribuibile un valore pari a 2,5 volte l’ammontare della tassa sugli extraprofitti. 

Una mancanza, per lo Stato, pari a un gettito complessivo stimato intorno a 1,8 miliardi di euro. Considerando anche Crédit Agricole Italia, Bnl e il sistema del credito cooperativo, il totale dei mancati introiti aumenta fino ad arrivare a superare i 2 miliardi di euro. Insomma, un fallimento su tutta la linea per quello che doveva essere un efficace strumento di riscossione fiscale.

Ma perché questa presa di posizione da parte delle banche? E’ presto detto: gli istituti bancari si sono opposti ad un aumento del “tax rate”, cioè il livello effettivo di pressione fiscale, preferendo destinare a riserva indisponibile a bilancio una somma pari a due volte e mezzo il valore teorico dell’imposta e andando così a rafforzare così il proprio patrimonio senza aumentare il peso fiscale effettivo.
Un discorso che vale anche per le banche a controllo pubblico proprio come Mps e Mediocredito Centrale, che hanno deciso di non pagare l’imposta sottolineando la mancanza di coerenza e allineamento tra l’azionista pubblico di riferimento (il ministero dell’Economia) e il management degli stessi istituti.

Vuoi ricevere le notizie di Bluerating direttamente nella tua Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!

Tag: