Mps verso il modello public company, ma per la fusione occhio a UniCredit e Bper

La nuova e recente cessione di una parte di Mps da parte del Tesoro viene letta, da alcuni addetti ai lavori, come la conferma indiretta che il “terzo polo bancario italiano” è una realtà sempre più vicina.

Come scrive Il Sole 24 Ore, le ragioni sono molteplici: dalle dimensioni raggiunte da Mps – che la rendono troppo grande per inglobarla in una delle due candidate a fare il terzo polo, dietro a Intesa Sanpaolo e Unicredit – alla situazione creatasi a Siena.

Se il favore del mercato continuerà (Mps guadagna il 38% nel 2024 e il 75% in sei mesi) potrebbe affermarsi la via più semplice e inerziale per onorare gli impegni presi nel 2017 con l’Ue, ovvero quella di un governo italiano che esce da Mps a piccoli passi, lasciandosi una banca capace di stare in piedi da sola. Con un altro collocamento nel giro di un anno, il Tesoro calerebbe al 10-15% e se nel 2026 il cda senese uscente presentasse una sua lista il concetto di “controllo” pubblico sarebbe superato, con Mps che viaggia verso il modello public company e senza dover più incentivare eventuali compratori con agevolazioni fiscali.

Se effettivamente sarà così, gli amanti delle fusioni dovranno guardare verso UniCredit e su Bper, dove in aprile si insedieranno nuovi vertici. Nel primo caso, il confermato ad Andrea Orcel è atteso da molti con un’acquisizione entro l’anno.

Bper invece avrà un nuovo ad, Gianni Franco Papa, ma nel futuro della banca è difficile possa esserci la carta senese, sia per dimensioni sia perché il governo di destra non pare propenso a cedere Mps a un polo che ritiene abbia ancora qualche legame con il Pd. Più facile che Bper guardi a Sondrio, dove Unipol ha un 20% anche nell’ex Popolare.

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