Promotori, quale futuro

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di Private Banker 3 Dicembre 2008 | 12:00
L’anno 2008 passerà alla storia come il più disastroso per la finanza mondiale. Per la prima volta in discussione non è stato solo un settore, ma tutto il sistema a livello globale e, fatto ancor più angosciante, tutte le banche più importanti sono state coinvolte. La ricerca dei colpevoli è ancora in corso e l’ipocrisia si spreca visto che tutti i commentatori affermano che quanto è successo era inevitabile, solo una questione di tempo, ma inevitabilmente si sarebbe arrivati dove siamo.
Troppo facile e non è vero, come non è vero che i responsabili delle crisi sono gli hedge fund che tornano in ballo ogni volta che c’è una crisi, visti come speculatori senza scrupoli che fanno soldi a palate e poi scaricano le perdite sui poveri piccoli risparmiatori. 
Basta guardare i numeri della crisi per capire che gli speculatori erano molti, probabilmente tutte le istituzioni finanziarie, e che tale realtà ha origini molto articolate e diffuse nell’intero sistema economico, compresi i risparmiatori speculatori. Oggi tutti pagano il conto e il dramma è certamente più grave per le persone che perdono il lavoro e per chi ha perso gran parte dei propri risparmi, ma bisogna guardare avanti traendo lezione dalle esperienze e approfittando della situazione per meglio prevenire in futuro eventi simili. 
In verità l’anno 2008 avrebbe dovuto passare alla storia come l’anno della svolta in tema di consulenza finanziaria con l’introduzione della normativa [a]MiFID[/a], il varo di regole più moderne, armonizzate a livello europeo, e con l’avvento della nuova figura istituzionalizzata e regolamentata del consulente finanziario.
Il tutto corredato da norme precise e relativo albo professionale. Ebbene il risultato cui assistiamo è alquanto triste. Gli oneri e i costi di avviamento di questa attività svolta in modo indipendente sono troppo alti e chi ha mezzi ha preferito costituire SIM di consulenza, con il risultato che di liberi professionisti indipendenti in Italia ce ne sono pochissimi. Ad oggi solo una dozzina di società ha chiesto e ottenuto il via libera dalla Consob per offrire la cosiddetta consulenza “fee only”.
Un po’ dipende dalla cultura degli italiani che sono tendenzialmente restii ad accettare di pagare la parcella per le prestazioni di un consulente. 
Un po’ dipende dal sistema che di fatto è controllato dalle banche che dichiarano di fornire un servizio di consulenza senza costi.
La loro parte l’hanno fatta anche i promotori finanziari che oramai da anni non vendono più prodotti finanziari con commissioni di ingresso esplicite, ma preferiscono offrire soluzioni con costi impliciti, a volte molto elevati o con commissioni di uscita.
D’altra parte non si può essere ipocriti, i costi devono esserci se si vuole mantenere vivo il mondo del risparmio gestito. Chi distribuisce o è pagato a provvigioni, come i promotori finnaziari, o è pagato con lo stipendio, ed è il caso dei dipendenti bancari.
E’ difficile immaginare che non ci siano costi di collocamento se decine di migliaia di operatori sono impegnati in questa attività. Nei paesi anglosassoni è normale applicare una commissione di ingresso, viene compresa e accettata dai clienti e difesa dai promotori; in Italia si preferisce offrire un servizio “senza costi”, con la colpevole complicità dei clienti i quali poco si interessano dei costi accessori e dei costi di gestione che direttamente graveranno sulle performance per tutta la vita del prodotto. Oggi la soluzione ventilata da autorevoli commentatori è di ridurre ancora i costi dei servizi finanziari gestiti, di fare categorie più costose con consulenza e categorie meno costose senza consulenza nell’acquisto. Cosa sceglieranno i risparmiatori? La risposta è ovvia e non aiuta a risolvere concretamente il circolo vizionso in cui siamo.


Infatti, oggi sono oltre 10.000 i prodotti finanziari gestiti autorizzati alla distribuzione e la realtà attuale consente a quasi tutti gli intermediari, banche e reti di promotori, di disporre di migliaia di prodotti in quanto il multimanager è oramai un sistema accettato da tutti gli intermediari, ma tale ricchezza di offerta non ha consentito di migliorare l’efficienza del sistema se non in piccola parte. Se il problema fossero i costi esistono già piattaforme finanziarie di banche on line che offrono migliaia di prodotti, a costi certamente convenienti, ma sono desolatamente poco utilizzate. Altro costo in discussione è quello di gestione dei prodotti finanziari che deve renumerare la società di gestione e chi fornisce consulenza e assistenza continuativa alla clientela. Anche qui la richiesta è di essere più trasparenti e ridurre i costi, in particolare per l’attività di assitenza fornita dalle reti di promotori che ricevono oltre la metà del totale di queste commissioni. 
Oggi già esistono prodotti come gli Etf che hanno costi di gestione minimi e il loro crescente successo é una risposta concreta alla richiesta che viene dal mercato. Lo scenario che emerge da questo breve commento è che il mercato ha già tutto per essere più efficiente: ha una normativa per gli strumenti finanziari, ha pluralità di prodotti con caratteristiche molto diverse e complementari, ha pluralità di intermediari con profili operativi competitivi, ha sistemi informativi trasparenti, siti web, giornali, informazioni televisive. Ha tutto per crescere, e visto che il fenomeno del risparmio gestito riguarda oltre dieci milioni di famiglie ha anche un forte interesse sociale e politico, che vede in prima linea personalità di grande profilo professionale, in primis Mario Draghi il governatore della Banca d’Italia che ha già dimostrato grande competenza. 
Anche nell’incertezza attuale possiamo credere che ci sia un futuro per diverse categorie professionali e per il risparmio gestito. Il continuo invocare più controlli, più rigidità, più rigore e nuove norme non è la soluzione.

Ognuno faccia la sua parte, gli strumenti ci sono già, sono a portata di mano, oggi più di ieri.


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