India, il pensiero pro-fondo

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In Italia si può investire su 4 Etf, ma a vincere sono le gestioni attive

Biagio Campo di Biagio Campo31 gennaio 2011 | 10:00

L’India è riuscita a costruire la propria potenza economica grazie all’offshoring da parte delle multinazionali occidentali, ovvero l’acquisto a distanza o in remoto di servizi prodotti all’estero, attraverso l’utilizzo di mezzi elettronici quali telefono, fax e Internet.
Fra gli elementi determinanti che spingono le aziende ad effettuare o meno l’offshoring dei servizi vi è il grado di separabilità, standardizzazione, automazione e ovviamente il livello dei costi. Tra i fattori rilevanti per il luogo dove effettuare l’attività di offshoring vi sono le competenze tecnologiche e linguistiche, la flessibilità ed il costo della forza lavoro, un quadro legale fondato su una struttura di diritto analoga a quella dei paesi occidentali, ma anche la possibilità di essere vicini ad un mercato in forte crescita. I rischi derivanti dall’appropriazione delle idee, da parte delle società terze presso le quali si delocalizza, rappresenta un fattore da valutare con estrema attenzione, ed ancora oggetto di numerose analisi. Oggi l’economia indiana, nonostante gli elevati tassi di crescita, deve superare numerosi problemi, derivanti principalmente dall’essere la più popolosa democrazia al mondo, nella quale convivono fasce di persone eterogenee, buona parte delle quali in condizioni di estrema povertà.
La lentezza nello sviluppo delle infrastrutture e le difficoltà ad ammodernare le città si scontrano con le abitudini dei cittadini e le tempistiche che ogni azione legale comporta, problematiche che in Cina vengono risolte più rapidamente seguendo altri criteri. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite nel 2010 Islamabad, capitale del Pakistan, ha tolto a Mumbai il triste primato di più grande baraccopoli al mondo, tuttavia la situazione nel centro finanziario non è migliorata.
Il crescente grado di corruzione nelle cariche governative, unite ad alleanze poco stabili tra i diversi partiti, hanno comportano una diminuzione della stabilità politica, tuttavia il rischio paese è considerato limitato.
Il mercato azionario indiano è stato uno dei primi listini delle economie emergenti sul quale l’industria del risparmio gestito ha puntato, grazie alle prospettive di crescita, ad un quadro regolamentare aperto agli investimenti esteri, ed alle dimensioni dell’economia.
Gli investitori occidentali hanno ben sfruttato l’opportunità, fornendo un consistente afflusso di capitali ed ottenendo rilevanti plusvalenze.
La crisi legata ai mutui subprime non ha risparmiato la borsa di Mumbai. Il SenSex, il principale indice domestico, è passato dai 20.000 punti di inizio 2008 agli 8.700 del marzo 2009. La ripresa tuttavia è stata rapida e costante, già nel giugno 2009 l’indice sfiorava i 15.000 punti ed ora si aggira attorno ai 19.000, essendo vicino ai massimi storici.
La difficoltà di lettura e le asimmetrie informative che caratterizzano la piazza indiana hanno lasciato lo spazio ad extra rendimenti, che ha portato i fondi comuni del settore a battere gli Etf, ed a registrare performance molto diverse tra loro.

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