Etf, essere passivi è una scelta

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Un’analisi dei rischi e delle opportunità dei replicanti. Intervista a Stephen Cohen, responsabile di iShares investment insights

Avatar di Redazione10 luglio 2012 | 13:32

AUMENTA L’ESPOSIZIONE AL BETA Occhio, però, a non trascurare i sottostanti. I processi di innovazione finanziaria fanno emergere nuove fonti di rischio e le autorità finanziarie non devono avere remore a vietare la diffusione di prodotti e pratiche nocive. Si tratteggia così il monito lanciato durante l’incontro annuale con la comunità finanziaria dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas. I prodotti di innovazione finanziaria, insomma, farebbero emergere nuove fonti di rischio, non sempre governabili dalle autorità di vigilanza. Eppure l’investimento passivo si sta evolvendo. Date difficoltà del mercato in termini di rendimenti e la crescente avversione al rischio, molti investitori stanno rivalutando l’approccio beta. Al contempo, anche l’offerta di prodotti passivi si è ampliata significativamente, facilitando l’accesso a nuovi mercati e asset class. Queste tendenze hanno portato il beta a giocare un ruolo più importante nella definizione e implementazione della strategia di investimento, dando impulso a nuove opportunità. Gli asset investiti con strategie passive sono in crescita. Nel mercato globale degli etf, ad esempio, secondo BlackRock, gli asset sono aumentati da 74 miliardi di dollari nel 2000 a 1.351 miliardi di dollari nel 2011.  Nel 2010 negli Stati Uniti i fondi indicizzati che comprendono gli etf costituivano circa il 20% del mercato, mentre nel Regno Unito, sulla base dei dati raccolti dall’Investment Management Association, i mandati istituzionali passivi hanno rappresentato il 38% degli asset istituzionali a fine anno 2010.

Alla base di questa crescita, c’è è stato un diverso approccio degli investitori nei confronti dell’asset allocation. Ci può spiegare meglio?

L’importanza del processo di asset allocation rispetto ai rendimenti è, ovviamente, ben consolidata: all’interno dello studio effettuato nel 2000 intitolato “La politica di Asset Allocation spiega il 40, 90 o 100 per cento di performance?”, Roger Ibbotson e Paul Kaplan hanno rilevato che, in media, l’asset allocation è il driver di oltre il 90% della variazione trimestrale dei rendimenti di un dato portafoglio, secondo il Financial Analyst Journal. Tuttavia, gli investitori chiedono sempre di più una maggiore flessibilità nella ripartizione tra le diverse asset class, al fine di cercare rendimenti crescenti e adeguati al loro livello di rischio. Ciò ha portato ad un allontanamento dal tradizionale approccio orientato al benchmark per un approccio orientato all’asset allocation basato su investimenti in una più ampia gamma di asset class ed ad un maggior uso di strategie tattiche.
In questo contesto, quindi, i prodotti passivi sono utilizzati come strumenti di implementazione delle decisioni di asset allocation?
Sì, ampliando la diversificazione a nuove aree, restringendo l’esposizione a singoli settori e mercati e offrendo soluzioni di  copertura. Gli istrumenti passivi possono anche essere utilizzati in ottica  core-satellite, ovvero combinati con strumenti attivi. I prodotti indicizzati sono utilizzati per fornire diversificazione, contenere la volatilità e per operare in tempo reale sulle varie allocazioni in  base dell’evoluzione dei mercati. Gli investimenti attivi, invece, sono costituiti da una serie di esposizioni decorrelate rispetto al mercato, dove ci possono essere più opportunità di ottenere rendimenti extra.
Questa ricerca di una maggiore flessibilità ha portato, ma è anche stata simultaneamente trainata, a un’espansione del mondo dei beta e, in particolare, all’introduzione di nuovi indici, prodotti e asset class tra cui anche quelle core. Ad esempio, la copertura degli indici azionari globali si è espansa al di là dell’universo large-cap, coprendo anche i segmenti mid e small-cap e  ci sono etf che consentono l’investimento azionario settoriale oppure opportunità nel vari segmenti del reddito fisso.

E poi si è aggiunta l’innovazione, che a volte può dirsi rischiosa.
L’innovazione si è inoltre estesa a nuove classi di asset, come per esempio materie prime, immobiliare e mercati di frontiera. Con un’analisi attenta del prodotto, dove si vanno a vedere i sottostanti, si può arrivare ad aggiungere al portafoglio delle opportunità distintive di crescita e una maggiore diversificazione. Ad esempio, interessanti opportunità di investimento prevalgono nei mercati di frontiera, dato il loro sottosviluppo economico e la mancanza di correlazione con i consolidati mercati emergenti.
L’offerta di strumenti Beta disponibili si è esteso, oltre i fondi indicizzati tradizionali e index futures, anche agli etf che offrono  diversificazione a basso costo unitamente all’accesso a una serie molto più ampia di asset class e segmenti. Gli etf offrono anche liquidità intra-day e flessibilità di fuso orario, capacità di assumere posizioni sia long sia short e un’esposizione al beta di mercato granulare di beta, come gli indici di settore o singoli prodotti. L’efficienza in termini di costi degli etf mostra che sono strumenti efficaci per implementare una serie di strategie tattiche utilizzate dagli investitori istituzionali, quali la cash equitisation, la rotazione settoriale, il ribilanciamento del portafoglio e l’accesso alle asset class alternative.

Come si misura il valore aggiunto di uno strumento simile?
Il valore aggiunto degli etf si è messo in evidenza nei primi mesi di quest’anno, quando un gran numero di investitori li ha usati per aggiungere di nuovo il rischio ai loro portafogli quando i mercati sono rimbalzati rapidamente rispetto ai minimi di dicembre. La gamma di asset class di etf utilizzata dagli investitori si è estesa: mentre le aree tradizionali come l’azionario statunitensi hanno attratto flussi significativi negli ultimi mesi, gli investitori cercano sempre più i benefici dei prodotti passivi in mercati che tradizionalmente vengono visti come dominio dei gestori attivi, come i mercati emergenti. Infatti, nei primi due mesi del 2012, ci sono stati afflussi record sui mercati azionari emergenti per un totale di quasi 15 miliardi di dollari.

Quali sono le domande che si devono porre gli investitori nel considerare come aumentare la propria esposizione passiva per ottenere rendimenti adeguati a un maggior rischio?
L’asset allocarion è stata un fattore guida della perfomance in passato? Quale sarebbe la strategia di asset allocation più appropriata – attiva, passiva o una combinazione? Una combinazione di asset allocation attiva attuata con gli strumenti passivi sarebbe adeguata? Se si adotta un approccio core / satellite, quali classi di asset dovrebbero essere attive e quali passive? Quali strumenti passivi sono i più adatti in termini di negoziabilità, liquidità e costi?


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