Risparmio gestito – L'etica dei forti e quella dei deboli

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Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti 18 Settembre 2009 | 09:00
L’etica economica, strumento da tempo apprezzato dagli aziendalisti rischia oggi di perdere quel piccolo spazio guadagnatosi col tempo. In un contesto sempre più caratterizzato da scontri ideologici e violenze di ogni genere sembra essersi dimenticati di attingere a quel serbatoio di idee e valori che l’etica può offrire. Ecco la voce di Luigi Santovito, esperto di credito al consumo.

Ormai da tempo viviamo con l’ansia della ripresa economica che tarda a venire come se da essa dipendesse la nostra vita, i nostri sogni. In un periodo simile le pagine economiche evitano di dedicare titoli alla finanza etica e alla CSR relegandone il trattamento ai bordi pagina come brevi messaggi pubblicitari di importanza relativa e naturalmente secondaria.

Ci si è detti chiaramente che bisogna sorvegliare attentamente i valori macroeconomici che ci vengono propinati durante le ore di pranzo e cena ormai divenuti termometri del nostro stato d’animo. Una giornata di sole può diventare gelidamente invernale se il tasso d’inflazione dichiarato ha superato quello atteso dagli analisti o se l’indice di propensione al consumo degli abitanti d’oltreoceano (i nostri cugini americani) è sotto di alcuni punti percentuali rispetto al mese precedente.

Naturale pensare che in una situazione simile l’azienda non può pensare di investire in qualcosa di “alternativo”. L’imperativo e l’unica alternativa ammissibile è l’utile a tutti i costi per evitare di sfigurare sulle piazze internazionali e per evitare di attirare su di sé schiere di analisti pronti come veggenti a dichiarare al mercato il punto di non ritorno o, forse sarebbe meglio dire, il punto di non “rimborso”.

Forse viene da pensare che non è tempo di parlare di etica, perché se è vero che essa parte dal basso, oggi da quel basso può venire fuori veramente poco. Il terreno che tanto ha germogliato ha bisogno di non essere solo irrigato come in passato, ma di essere inondato perché dell’acqua ne possano beneficiare non solo i campi vicini, ma anche quegli arbusti e quelle rupi selvatiche nate spontaneamente ai margini della terra spesso senza linfa vitale.
Se volessimo raffigurare l’arena della comunicazione responsabile in un piccolo quadro potremmo benissimo pensare ad una piazza cittadina in cui ci si incontra quotidianamente. Le grandi aziende nelle vesti delle fanciulle truccate e alla moda, le aziende minori nei panni delle ragazze spaesate e acqua e sapone, ma non per questo meno belle. Come sempre accade a ricevere più sguardi sono quelle che fanno bella mostra di sé e di tutte le armi in loro possesso, solo una parte minuta volge lo sguardo verso le “altre” così diverse dalle prime, ma in fin dei conti così vere.


In questa allegorica descrizione sta il nocciolo del problema: le aziende di grandi dimensioni riescono a conquistare le prime pagine di importanti quotidiani o mezzi di comunicazione con le loro iniziative, mentre le piccole e medie imprese, prive dei favori della platea e di alcuni poteri di palazzo, devono accontentarsi di stare in coda al gruppo. Non si è ancora attuata quella democrazia economica auspicata da tempo e il tema della CSR occupa una trattazione confusa anche all’interno di funzioni aziendali ben definite.

Molte realtà aziendali abituate a tramutare qualsiasi operazione in migliaia di documenti cartacei, hanno pensato di ovviare “all’obbligo morale” della CSR spendendo qualche risorsa eccedente in termini di tempo e personale nella costruzione di bilanci sociali, rapporti ambientali e per ultimi in bilanci di sostenibilità da sottoporre al vaglio dell’opinione pubblica. Poco viene comunicato sulle attività quotidiane, sulla formazione e sull’addestramento del personale in ambito responsabile e sulla direzione degli investimenti intrapresa da lungimiranti direttori finanziari.
Non bisogna porre la lente d’analisi solo sulle società, ma bacchettare anche le testate d’informazione che premiano le informazioni puramente finanziarie denotando alle finalità socio-ambientali ed etiche caratteristiche di surplus.

Merito va riconosciuto alle piccole imprese, spesso a conduzione familiare, che hanno segnato soprattutto in Italia un percorso responsabile, fatto spesso di iniziative una tantum, ma che riscoprono nei propri fondatori dei condottieri dell’etica aziendale in tutti i sensi. Dobbiamo ricordarci che l’Italia è conosciuta nel mondo per ottimi profili di business industriali nel campo della meccanica e delle telecomunicazioni, ma anche e soprattutto per l’operare di quei distretti che vantano tradizioni di forza e hanno posto le basi dell’organizzazione industriale italiana moderna.
L’auspicio più grande è rivolto al desiderio che si vengano a creare non solo le dimensioni economiche per l’eticità d’impresa, ma anche e soprattutto quelle sociali. L’etica, con tutte le sue varianti, non è un effetto moda  o una bolla speculativa bensì un orientamento per un nuovo modo di fare impresa verso una corporate governance allargata che permetta col tempo di porre sullo stesso piano sistema pubblico e sistema privato.

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